Dalla Terra dei Fuochi a Ceccano: il racconto di don Patriciello

PRESCRIPTUM: un concorso mi ha tenuto fuori combattimento per un po’ di tempo, ma mi ero ripromesso di tornare sopra quest’evento, svoltosi ormai 3 settimane fa, perché penso – forse mi ripeto, ma non fa niente – che alcune cose passano, ma che se la loro memoria resta, allora non passano invano. Pertanto, la storia di don Maurizio Patriciello merita di essere raccontata, e ricordata, sempre: una testimonianza civile in un Paese che sta smarrendo tutto.Featured image


Una voce coraggiosa, una testimonianza forte, un esempio, per tutti. Don
Maurizio Patriciello

ha sconvolto con i suoi racconti il numeroso pubblico che martedì 18 novembre lo ha visto e sentito parlare al Castello dei Conti di Ceccano, nell’ambito di una serata organizzata dalle associazioni Arsestvita e Il Centro del Fiume e patrocinata dallo stesso comune. Al tavolo dei relatori era seduto anche il professor Pietro Alviti, che insieme ai rispettivi presidenti Michele Capoccetta e Diego Protani hanno fatto “gli onori di casa”, presentando agli intervenuti don Maurizio, parroco di Parco Verde a Caivano (NA), una delle zone più disagiate e degradate dell’Italia intera, alle prese con lo spaventoso problema ambientale degli scarti tossici interrati per anni per conto delle ecomafie della zona. «La situazione» ha spiegato lFeatured image’anima della Terra dei Fuochi «non è cambiata per niente: nonostante le nostre numerose proteste e mobilitazioni, abbiamo ricevuto solo tanta rilevanza mediatica, ma zero interesse della politica.
La stessa legge sulla combustione dei rifiuti tossici, che Camera e Senato si stanno palleggiando da qualche mese, secondo noi è inutile: non serve a niente arrestare i piromani (chi brucia, nella maggior parte dei casi, sono rom) ma bisogna colpire i mandanti effettivi di questo scempio. E i mandanti sono le grandi industrie del Nord Italia, che per anni hanno sversato in Campania tonnellate e tonnellate di munnezza tossica di comune accordo con i clan casertani. Ho avuto la possibilità di parlare con Carmine Schiavone (pentito di camorra, ndr), gli ho chiesto “che razza di camorristi siete stati, se avete fatto tutto questo alla vostra terra, alla vostra gente”, mi ha risposto candidamente e sinceramente “Noi sapevamo di fare qualcosa di sbagliato, ma non sapevamo che sarebbe stato così grave”. Ecco, è stato un gorgo di ignoranza e affarismo che ha condannato la mia terra allo stato in cui è oggi, un gorgo disumano in cui i camorristi continuano a sprofondare con la loro omertà. Devono parlare, invece, collaborare a tutti i costi!».


Featured imageDichiarazioni scomode ma veritiere, fanno eco gli organizzatori, e don Maurizio nel frattempo ha uno sguardo quasi perso nel vuoto, ma che non è per niente perduto: è lo sguardo di chi con dignità porta con sé la croce di un popolo intero, avvelenato da anni di esposizione a fanghi sporchi (anche l’ACNA di Cengio, uno dei fantasmi peggiori dell’Italia postbellica, ha interrato in Campania i suoi schifosi tesori), amianto, roghi quotidiani di rifiuti speciali. «Ce ne hanno dette di tutti i colori, i ‘sapientoni’ hanno detto che il problema sono i rifiuti urbani, è l’inciviltà delle persone che tiene i sacchetti fuori dalle macchine prima di buttarli. Io da tre quattro anni ho chiesto invece che vengano pubblicati i dati ISPRA sulla produzione dei rifiuti industriali in Italia, puntualmente lo chiedo a ogni ministro dell’Ambiente, ma la risposta è un costante rinvio: perché?», sbatte la mano sul tavolo e il colpo rimbomba nella sala attonita «perché?».
A queste, come ad altre domande, don Maurizio cerca quotidianamente risposte, e lo fa insieme ai membri delle associazioni che negli ultimi anni si sono costituite per fare fronte comune all’emergenza sanitaria in Featured imageCampania: persone che spesso hanno visto i loro familiari morire per colpa di tumori che non possono di certo essere imputati ai “cattivi stili di vita” che i vari ministri della Salute hanno rimproverato alla gente campana… Don Maurizio si è poi soffermato sul problema dei “colletti bianchi” conniventi­, e non ha risparmiato parole al veleno per l’ex ministro dell’Ambiente Clini (che sta ora affrontando un processo per aver intascato una mazzetta da un milione di euro per un progetto di bonifica ambientale in Iraq): «La cosa che più mi sconvolge è la presenza di questi personaggi che si professano difensori dell’ambiente. Condivido alla grande le parole di Raffaele Cantone quando dice “preferisco avere a che fare con un camorrista piuttosto che con dei colletti bianchi insozzati”». Ispirato dalla domanda del prof. Alviti, don Maurizio ha poi parlato più precisamente della sua terra, un fazzoletto di Campania annerito dalla diossina e dalle neoplasie da cui non è immune nemmeno la “sua” Caivano: «la vita nelle zone dove sono prete è davvero impossibile, l’aria è sempre irrespirabile per colpa dei fetori diurni e notturni; c’è sempre qualche rogo tossico, in un territorio appestato anche dall’abbandono scolastico e dalla speculazione edilizia. Featured imageParco Verde era nato dopo il terremoto dell’’80: si decise di portare gli sfollati di tanti quartieri di Napoli fuori dalla città e lì si insediò qui, senza alcuna programmazione; hanno tirato su questa borgata che è ora diventata esplosiva, pericolosissima, il tasso di povertà è incredibile, lo Stato è completamente assente e l’unica proposta di lavoro che arriva a questa gente, e a questi giovani, la offre il business della droga. E allora – e qui il sacerdote rialza di nuovo la voce – come possiamo sperare di sconfiggere la camorra se non forniamo risposte ai veri bisogni della gente, se la lasciamo marcire in questa desolazione immorale?».


In sala qualcuno resta stupito, gli occhi sgranati dalle parole che arrivano come cazzotti nello stomaco, e contano di scalfire le coscienze che anche qui, a Ceccano, lontana centinaia di km da Parco Verde, sembrano appisolate in un sonno prematuro, sventolate a vista dalla politica accomodante.Featured image «Le persone che vedo tutti i giorni si dividono tra quelle volenterose, i belli addormentati e quelle invece che si sono decisamente rassegnate e hanno gettato la spugna. Alla manifestazione di Napoli (“Fiumeinpiena”, 16 novembre ’13) eravamo in 100mila, e anche i politici, che fino ad allora non si

erano mai fatti vedere, hanno sfilato insieme a noi, ma noi l’abbiamo fatto perché volevamo dare un segnale forte. Tanto lo sappiamo, che la rivoluzione non si può fare; io ai ragazzi più focosi glielo ripeto, “cosa andate a fare, la rivoluzione? Per fare cosa?”.Io alla rivoluzione non ci credo, non è una cosa possibile, però so che dobbiamo combattere, è l’unica cosa per cui valga la pena». Don Maurizio ha chiuso il suo accorato e sentitissimo intervento parlando della paura, perché un uomo che vive in quelle zone e alza la testa dicendo in continuazione basta deve fronteggiarla ogni giorno: Featured image«La paura? Bisogna imparare a conviverci; e poi, la dignità di un uomo si misura dal modo in cui riesce a sconfiggere la paura, e un uomo senza dignità non è più nemmeno un uomo. Noi chiediamo che le istituzioni non ci lascino soli, continueremo a combattere per la legalità e la salute ma dobbiamo tutti imparare che se la normalità diventa eroicità, non va bene, vuol dire che ogni tanto qualcuno per fare il suo dovere viene ucciso e diventa eroe, e questo non è giusto, perché chi fa il suo dovere deve poter vivere in un posto tranquillo e lavorare per il bene comune. Ma se al contrario l’eroicità diventa normale, attraverso piccole azioni buone e concrete fatte con buon senso e giustizia, allora uno spiraglio di salvezza c’è ancora. Bisogna credere nel messaggio della scuola, fare informazione seria. Essere, insomma, testimoni di civiltà. È l’unica possibilità che abbiamo, per salvarci al cospetto di Dio e della nostra umanità». Featured imageUn ammonimento che va ereditato e trasportato nella nostra quotidianità perché, come don Maurizio ha detto, la Terra dei Fuochi non è solo Caserta o Napoli, la Terra dei Fuochi è dappertutto: è ogni terra che fuma per la plastica bruciata, ogni fiume e ogni ciglio stradale che agonizza sotto i colpi velenosi delle discariche abusive, ed è subdolamente la sottocultura del profitto a basso costo e dell’illegalità che ha attecchito dappertutto, nella nostra Italia bell’e corrotta. Anche Ceccano rientra in questo “oscuro principato”: solo dai ceccanesi dipende il suo destino.

Alessandro Liburdi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...