La città Grigia che col calcio si riscuote: un’utopia di provincia

Davide ha battuto Golia: la storia ogni tanto si ripete anche nel calcio, sempre più divenuto miniera di metafore per la vita di tutti i giorni in un mondo globalizzato da notiziari e Tv sportivi.

L’Alessandria ha battuto il Genoa, notizia di martedì ma che ha lasciato strascichi d’euforia che saranno duraturi: entusiasmo alle stelle, qui in città; anche le prime nebbie mattutine sembrano meno pesanti, il traffico più regolare nonostante lo smog, le strade meno sporche e meno dissestate nonostante mozziconi le ricoprano di un bel manto di maleducazione e ti salti ogni tanto sotto i piedi qualche altro cubetto di porfido.

Ma l’Alessandria è ai quarti, i quarti di Coppa Italia: da quanto tempo non tornava nel calcio che conta? I Grigi hanno fatto l’impresa: partita tutto cuore e grinta al Ferraris, in dieci, in uno stadio di per sé epico contro una delle grandi vecchie del calcio italiano; una squadra di Serie C che torna nei quarti della coppa nazionale dopo trent’anni e più.

Fare La Storia, farla così, su un campo di calcio, uscendo dai gangli di una storia di club secolare rimasta però impantanata sui campi – spesso squallidi e poco illuminati – delle serie minori.

Bentornata Alessandria nel calcio che conta: perché il pallone, si sa, è una panacea, il padrone di una festa con centinaia di invitati che unisce, divide, fraziona, fa urlare, ridere, disperare – venire alle mani, sempre più, perché così funziona, oggi.

Bentornata Alessandria nell’unica cosa che conta: la maschera che fa imbellettare e dimenticare tutto, il trucco che serve per dire «eccoci qui, siamo nati e viviamo qui, e ne siamo orgogliosi», l’escamotage che fa urlare al miracolo, il parrucco per ritrovare un’identità cittadina perduta negli anni del dissesto finanziario (primo capoluogo certificato in tal senso dalla Corte dei Conti) e del decoro pubblico abbandonato a se stesso.

Una città fa schifo, e ti lamenti perché non hai futuro? Non preoccuparti, sei ai quarti di Coppa Italia, sei a posto così con la coscienza. Tutto il resto può aspettare: le strade possono stare così, lo smog può ristagnare così, il lavoro può latitare così, l’incertezza economica e lavorativa di un intero distretto pure, et cetera.

Da più parti – Comune e Confindustria in primis – arrivano segnali incoraggianti. E gli stessi proclami del giorno dopo, dai tifosi ed appassionati agli occasionali dell’ultima ora con le istituzioni che imboccano la strada preferita della retorica, suonano tutti la stessa rima: dal calcio si può rinascere, il calcio può essere una buona lezione.

L’unico modo, nella post-modernità provincialista della scintillante provincia italiana, per risvegliare di colpo dal sonno un villaggio addormentato dal presente e far sperare in un futuro rinnovato.

Sarà, ma dal basso di queste mie cronache alessandrine, agguantate in rapide passeggiate tra i vialoni del Borsalino e le rive del Tanaro fiume di varechina, a ben pensarci il calcio suona stavolta una bestia beffarda. I commenti del giorno dopo l’impresa Grigia fanno capire quanto siamo diventati poveri, miseri: tutti quanti dai piemontesi, ai laziali e giù giù fino al tacco di questo Stivale bucato.

La crisi di cui tanto si parla da queste parti ha trangugiato una fetta enorme dell’apparato industriale italiano e ha fatto vittime soprattutto nel cuore della comunità, nel senso di appartenenza alla città, abbandonata a se stessa negli anni del clamoroso buco di bilancio.

Una citta tanto inaridita quanto mascherata, in una maniera che a me non alessandrino fa spavento. Alessandria è così: lo si intuisce dalle facciate di certi palazzi, dal passo quasi sempre guardingo delle persone nelle strade laterali del centro; dai marciapiedi tappezzati di ricordi canini alle vetrine di via San Lorenzo e poi giù fino a piazza della Lega o nel parallelo cuore di Piazza Libertà dove nell’ora di punta è quasi impossibile camminare per la fiumana di gente che vi si riversa cercando uno scampolo tranquillo di vita normale, uno scampolo di vita borghese per vite che della normalità hanno perduto tanto: forse un lavoro, forse un parente, di sicuro qualche sicurezza, la prospettiva di un futuro a sé stante.

Alessandria non è la sola malata: io stesso vengo da una provincia che doveva, anch’essa, rilanciarsi a partire dallo storico trionfo della prima, clamorosa promozione in Serie A – e, dalle cose che vedo e che sento, Frosinone non sembra aver dato quei segnali incoraggianti che ci si auspicava nonostante in città stiano passando le grandi del calcio italiano ed europeo.

E fra il mio capoluogo e questo pezzo di Piemonte c’è una cosa in comune, più grave e preoccupante: la trovate qui, a questo link di Legambiente. Ci unisce questo infatti: il record di concentrazione (per quantità e frequenza) di polveri sottili. E forse ci unisce anche altro: l’illusione cioè che il calcio possa dare la scossa e far ripartire un territorio intero, dopo anni di buio e malaffare, di immondizia e degrado.

Calcio utopia perpetua, che nella provincia diventa più evidente. Ieri i Canarini, oggi i Grigi: la storia è sempre la stessa: la provincia italiana che si spinge a trovare altrove da sé un senso che ha smarrito dentro se stessa. E che prova con l’urlo caldo della tifoseria e con l’orgoglio rinnovato dal pallone a illudersi che un giorno andrà meglio.

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