Scusi, una bomba al petrolio… tra infamia e inciviltà

Ho preferito far passare qualche giorno dal referendum. Tanta la rabbia, tanta l’indignazione per quel 30% e spicci che ha confermato l’attitudine italiana alla non-partecipazione elettorale.

Se poi ci si sofferma sui dati del territorio, la provincia di Frosinone ha fatto pure peggio: 26,20%. Ceccano – ma ce n’era bisogno? – ha fatto registrare un bel 21,45%, con altri comuni del circondario con meno abitanti che almeno hanno tenuto in alto la carretta (solo per limitarci alla confinante Castro dei Volsci, 32,62%, o alla piccolissima Acquafondata, record del 47,93% e quorum sfiorato anche se con 300 abitanti scarsi). Quel che basta comunque per profilare un altro schiaffo a Costituzione, regole e civiltà.

Milioni e milioni di struzzi con la testa sotto terra, col resto del corpo lasciato fuori e pronto a essere frodato, per l’ennesima volta, dalle bande di topi e avvoltoi che questo Paese lo governano.

Ho preferito far passare qualche giorno dal 17 aprile, sperando che la rabbia potesse
sbollentare un po’, per analizzare le cose a mente fredda. Ma quando il cuore è caldo, la mente non può mai essere fredda ed è normale aspettarsi qualche reazione. E la reazione allergica, in questo momento, è uno sfogo purulento che è sentito, scavato in un solco, incancellabile.

Uno sfogo sentito – e sì, anche risentito – nei confronti di chi ha scalciato via la democrazia come una lattina in fondo a una strada di periferia: una cosa vecchia, poco figa, per cui non vale la pena spendersi più di tanto.

Tanti magari domenica scorsa sono andati al mare senza sapere (o magari sapendolo, dunque ancor più meschinamente…) di aver appena confezionato il delitto perfetto nei suoi confronti: la pugnalata alle spalle, l’omicidio esangue del nostro patrimonio più grande.

La retorica può esserci, in questa immagine: vedetecela pure. Certamente il mancato quorum del 17 aprile non ha certo trasformato il mare in una pattumiera. Sono processi a medio termine, quelli lì, che si realizzano in anni, in tanti tanti mesi… oppure…

Oppure c’è un eppure: il tubo di petrolio fracassatosi nei pressi del Polcevera, torrente di Genova, praticamente nelle stesse ore in cui il “delitto all’italiana” ordito con tanto candore da buona parte dell’elettorato italiano trovava la sua degna conclusione, con quello schiaffo al fronte del sì e la vittoria gaglioffa del premier e dei suo amichetti.

È notizia di oggi che la diga antipetrolio piazzata al centro del torrente è stata sfondata dall’arrivo della piena: il petrolio ora se ne corre verso il mare di Pegli. Buonanotte ai suonatori, a pesci, gabbiani, granchi e tutto il resto.

Che nesso c’è? Non bisogna strumentalizzare, certo: le trivelle in mare e il tubo rotto a qualche km dal mar Ligure sono due entità spaziali differenti, una sulla terraferma l’altra in mare (più o meno) aperto, e dunque non vanno tirate dentro negli stessi discorsi. E questo lo pensa qualcuno.

Eppure il nesso c’è, ed è quella sostanza nerastra, oleosa, grommosa che adesso si sta riversando a velocità siderale nel golfo di Genova. Con buona pace della natura, e le risatine da intercettazioni telefoniche dei petrolieri dello Stivale, che tanto hanno comunque il culo coperto e possono stare tranquilli, perché tanto le concessioni sono nella saccoccia e le attività di prospezione e coltivazione degli idrocarburi fossili possono continuare.

La natura tanto fa il suo corso, e la dispersione di greggio in mare non è mica un monito ai nostri criminali stili di vita. È tutto normale, tutto sotto controllo, nella Banana Republic battente bandiera tricolore: figurati a chi interessa del mare… L’augurio (che resterà vano) è che qualcuno si sia pentito di non essere andato a votare domenica scorsa.

Ma siamo in Italia: il Paese che rende fragile qualsiasi illusione di giustizia. Servirebbe qualche bomba al petrolio, da lanciare dentro le coscienze di tanti. Ma anche quelle non sporcherebbero il loro bianco, rassegnato candore.

Italiano medio: uno struzzo tranquillo che aspetta l’arrivo della ruspa che gli tolga la terra intorno al collo. Cacciare la testa fuori comporta troppo fatica.

Meglio una chiazza di petrolio sul mare che una pellicola di catrame sulla propria coscienza.

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