Sea Watch: la destra che parla alla pancia e gioca al massacro dell’Uomo

L’arrivo della Sea Watch 3 ha scatenato uno spettacolo indecoroso. La pseudo-opinione pubblica italiana – capitanata dai cosiddetti rappresentanti politici, tanto attiva sui social quanto esistente a tratti nella quotidianità civica, si è letteralmente spaccata in due tronconi. E visto che in Italia si continua ancora a ragionare con le vecchie ideologie politiche destra vs. sinistra, sarà forse il caso di mascherarne le colpe. 

Della pletora cosiddetta buonista che si riconosce nell’arco costituzionale del PD ho parlato qui.

Sugli integralisti da tastiera che conviene stendere – e spendere – un velo tutt’altro che pietoso, piuttosto un corollario necessario che mostri tutte le contraddizioni in pectore dei celoduristi legalitari di queste ore. Di certo, nel bel mezzo di tutti i commenti che si sono levati da centro e da destra, incuriosiscono e disgustano – più che altro per il degrado morale e intellettuale – i commenti distruttivi, disumani, dis-morali, dietrologici sulla Rackete, sugli immigrati e tutto il bailamme di “musi neri e scimmioni che in Africa devono tornare o devono marcire in galera per il resto dei loro giorni”.

UNA QUESTIONE DI LEGGE. Improvvisamente – ma non troppo – migliaia di italiani si sono riscoperti ligi alla legge: hanno cominciato a montare strali in difesa della costituzionalità di una legge, il Decreto Sicurezza (e Bis) che di costituzionale ha ben poco; hanno cominciato a scomodare perfino il Presidente Mattarella, che poco più di un anno fa rischiò la messa in stato d’accusa e l’impeachment perché si rifiutava di dire il suo avallo a un governo ancora poco chiaro; da nemico della nazione Mattarella è diventato colui che l’ha salvata, firmando una legge che difende i confini. Omettendo invece, chiaramente, che dopo l’approvazione delle Camere un presidente della Repubblica può fare veto a una legge una volta sola ma poi deve rifirmarla la seconda (art. 87 comma 5 e 74).

UNA QUESTIONE DI PATRIA. Improvvisamente – ma non troppo – migliaia di italiani hanno riscoperto l’indispensabile legame con la propria nazionalità; hanno tirato fuori il coltello fra i denti della squallida comunicazione virtuale non per alzare, ma per aizzare la voce e, con la foga più degna di un revanscista qualsiasi di sangue tricolore, ricoprire con il vomito della sua enfasi chi attentava al territorio italiano. Italiani che difendono il suolo patrio. Loro, gli stessi italiani che spesso dell’Italia ignorano storia, letteratura e geografia: che non ricordano che l’Italia è, costitutivamente, proiettata non verso, ma nel Mediterraneo, e da sempre – da sempre – è stata crogiolo di popoli venuti da altrove (citarli tutti sarebbe impossibile). Ignorano, questi italiani, che quei confini di cui tanto parlano li ignorano, non li conoscono neppure: basti vedere in che stato miserevole versano i valichi e i villaggi di montagna della nostra fascia alpina, depredati dal turismo mordi-fuggi e dalla corsa migratoria verso le città. Un paese che sempre più si va popolando nelle grandi pianure ignorando la bellezza della montagna può parlare poi di difesa dei confini, per di più sul mare, che confini non ne ha avuti mai? Rumiz, in qualche modo, l’aveva accennato, nella sua Leggenda dei monti naviganti: «Non conosco nessuna nazione che assista così passivamente alla morte dei luoghi. Lo si vede già dalla segnaletica, da come i cartelli dei paesi si mescolano a quelli degli ipermercati. Le frazioni, le alture, i ruscelli stanno perdendo il nome, ultimo presidio dell’identità. L’economia ha sostituito la topografia, le pagine gialle la carta geografica»

UNA QUESTIONE DI NUMERI. Improvvisamente – ma non troppo – gli italiani si sono scagliati contro 42 poveri disgraziati additandoli con gli epiteti più efferati. Manco fossero un esercito di occupazione. Ma si sa: il genius loci in vigore dalle Alpi all’Aspromonte da sempre avversa l’uomo nero, ma poi apre le porte agli eserciti stranieri che vengono a colonizzarlo, come dimostra la storia della Penisola dal Medioevo a oggi.

42 cuori non possono reggere il confronto di simpatia con i 49 milioni di euro truffati allo Stato italiano da quel partito rappresentato dal “cosiddetto” ministro dell’Interno: gli afrikans sono potenziali ladri, stupratori, spacciatori, vanno ricacciati a casa loro come feccia; gli italiani tutta brava gente che crede alle fandonie di ogni politico di turno.

UNA QUESTIONE DI PAROLE. Da tempo l’insulto la fa da padrone in ogni campo. Nella nostra Italia negletta e provinciale si aggira una mostruosa tendenza al vilipendio che mescola la violenza alla vigliaccheria. Non si può più discutere tranquillamente su un qualsiasi argomento che subito si passa all’insulto gratuito, all’odio etnico-razziale, alla contrapposizione brutale, alla cieca aggressività. Il tempo del dibattito, del dialogo ha lasciato spazio a un clima da far west quotidiano, in cui vige la legge del chi strilla di più. Si sa: la tastiera di uno smartphone ha reso leoni anche gli agnellini e i nani da giardino che fino a ieri, senza un libro in casa, si facevano guidare da chi almeno ne sapeva un filino di più.

Dalla sacca nascosta dei gangli gastrointestinali di una nazione, le parole sessiste di queste ore stanno confermando in auge tutte le frustrazioni nazional-popolari dell’uomo sacro italiano: quello che protegge il muro di casa come fosse il confine di un tempio e parla di patria ignorandone perfino i confini.

Nello sproloquio moderno, emerge – stomachevole – il rigurgito di un passato oscurantista e un analfabetismo d’umanità che credevamo di aver seppellito in decenni di storia repubblicana. Ma si sa: in una nave che va alla deriva, coi topi che ballano e i marinai che si ammutinano, tutti si professano capitani e il timone sbanda paurosamente; e, con la plancia di comando che barcolla, con le vele spezzate già da un po’, gli scogli continuano a sfracellare la chiglia. C’è acqua da tutte le parti, ma noi spariamo a salve contro fantomatici pirati.

 

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