La Scuola che lotta: dispersione o inclusione? Le parole voltano le spalle

Quello che segue è una delle piccole ricognizioni nel mondo della scuola che avevo progettato di fare già da diverso tempo. Che fanno seguito a un’ispirazione, venutami dopo aver visto con attenzione l’ultima puntata di Presadiretta, andata in onda qualche venerdì fa – questo il link: https://www.raiplay.it/video/2020/02/presa-diretta—cambiamo-la-scuola-09d3128b-f14a-4a42-834e-7a0c0bcbcafe.html – intitolata fra l’altro “Cambiamo la scuola”, mi sono dato tutta una mossa: troppo pressanti e desiderose di uscire, certe riflessioni, per tenerle taciute. E allora, a mo’ di lettera indirizzata alla redazione RAI di Presadiretta, ecco innanzitutto la logica premessa a un discorso che mi porterà via un po’ di tempo. Ma che nasce da un impellente bisogno: riflettere sul significato di essere insegnante, e di fare didattica, nel micromondo italiano di oggi. Con l’augurio che qualcun altro, oltre al piccolo pubblico di aficionados di questa pagina, possa leggerlo.

CAPITOLO V. DISPERSIONE: LA PAROLA CHE VOLTA LE SPALLE 

Conviene ripartire da quanto detto dall’esperto nazionale INVALSI del Miur Roberto Ricci: i nostri ragazzi ottengono il diploma di scuola superiore ottenendo risultati che ci si aspetterebbe dagli studenti di scuola media, e questo alla lunga produce disuguaglianza e disomogeneità nel tessuto sociale, economico e antropologico. Inoltre, «per mantenere risultati buoni, solidi, bisogna mantenere l’asticella alta» e garantire questa soglia per tutti quanti. Il punto è che quell’asticella, da anni, si è abbassata: colpa anche di quel riformismo sfrenato di cui si è già parlato qui, riformismo che da ultimo ha consentito l’ingresso spasmodico delle famiglie a scuola, con interventi a gamba tesa nella valutazione degli studenti e nella comprensivizzazione del rapporto docente-alunni, col primo costretto a ingoiare il giustificazionismo di massa dei discenti che, foraggiati da mamma e papà, sanno di poterla passare sempre liscia e vanno avanti senza il benché minimo impegno. Anche l’istituto della bocciatura – ultimo baluardo rimasto da brandire a noi insegnanti come forma di “utile minaccia” verso i propri studenti – da anni non regge più: impauriti dai genitori che sono pronti a fare ricorso in caso negativo, gli stessi CdC in parecchi casi orientano gli scrutini finali, trasformando inappellabili 3 e 4 in 6 e consentendo ai pargoletti insufficienti di sfangarla anche stavolta e andare avanti. Una mutazione della matematica che lascia per strada però risultati francamente scadenti: schiere e schiere di neodiplomati che non sono in grado di comprendere un testo informativo o espositivo e che non sanno argomentare discorsi di media complessità. Tutta colpa della cosiddetta inclusione: parola nobile che all’inizio si rivolgeva agli studenti con disabilità fisiche e/o cognitive da inserire nel contesto classe, ma che ormai è stata sdoganata e funge da grimaldello per i caproni patentati che, invece di essere fermati per un anno, vanno avanti imperterriti. Se tale fosse rimasto il significato della parola, nulla ci sarebbe stato da eccepire: negli anni ho conosciuto casi di ragazzi svantaggiati che, solo grazie al lavoro di validissimi colleghi di Sostegno, potevano fare scuola diversamente, cioè in maniera valida.

Beninteso: in questi anni ho anche conosciuto qualche collega più furbetto che lasciava tranquillamente parcheggiato l’allievo/a da seguire per praticare qualche altro imprecisato impegno; ma per fortuna sono stati la minoranza. A riprova che non sempre la scuola è quel che si pensa: un parcheggio per nullafacenti, un ammortizzatore sociale in cui concertare gli inadatti alla produzione industriale o alla burocrazia amministrativa. La scuola è fatta, e tanto, da questi professionisti della didattica che, specializzati o meno, si ritrovano catapultati nelle classi e seguono per quasi tutte le 18 ore del contratto materie a loro per nulla familiari. Questi insegnanti di sostegno – che restano, è bene ricordarlo, di sostegno all’intera classe, ma che finiscono per dedicarsi solamente ai ragazzi con ritardi cognitivi più o meno gravi – sono per i loro studenti come mamme uccello: prendono i contenuti della materia X, lo masticano e lo sputano per semplificare il boccone e lo passano ai loro pulcini per aiutarli ad apprendere. Immagine forse un po’ schifiltosa, ma abbastanza vicina alla realtà.

Di fatto però i numeri sugli incarichi di sostegno in Italia restano vergognosi: a fronte di una richiesta di assistenza personalizzata che resta alta – specie nelle regioni del Nord-Italia – gli insegnanti messi sotto contratto per svolgere quel compito sono molto spesso non specializzati; come si evince da https://secolo-trentino.com/2020/03/16/per-55mila-docenti-in-tutta-italia-il-lavoro-e-a-rischio-ma-insieme-alla-sanita-serve-ripartire-da-loro/ «In Italia un docente di sostegno su due è precario, al Nord lo è il 62% e al Sud lo è al 30%. Per dare un’idea ancora più precisa, nella sola città di Torino, su circa 100 insegnati di sostegno 69 sono precari».

Manca insomma la continuità su cattedra, fatto che a ogni settembre fa ricominciare la ricerca da capo, con i ragazzi che perdono quello che per un anno scolastico è stato il loro sostegno e i genitori che incrociano le dita con la speranza che i loro figli ricapitino almeno in mani simili a quelle che li hanno dovuti lasciare. Fra l’altro, l’imminente TFA Sostegno 2020 è stato rinviato al 19 maggio per ovvi motivi di sanità pubblica, ma non si intravede ancora la fine.

A peggiorare le cose mettiamoci che ora, col coronavirus, la didattica a distanza con i ragazzi bisognosi di sostegno rimane a volte una pura utopia. Da costruire col buon senso e una deontologia giganteschi da parte dell’insegnante di sostegno.

Insomma, anche sul fronte della salvaguardia dell’umanità e della scolarità degli studenti cosiddetti più deboli occorre tenere desta l’attenzione. Ricordando però che, nel piccolo, le belle storie ci sono eccome: negli anni ho visto ragazzi diversamente abili veramente inclusi nella classe, coi compagni d’aula che erano i primi a prodigarsi per alleviare le loro sofferenze. Sassi di forza lucente lanciati nello stagno paludoso della burocrazia scolastica: in attesa che Ministero e Uffici Scolastici vari facciano il loro lavoro, l’inclusione vera la fanno i veri protagonisti della scuola, gli studenti e i docenti. Sic et simpliciter.

 

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