DaD-lirio, no grazie: la scuola è un’alta cosa/1

Alzi la mano, chi ha soluzioni da proporre, per la scuola che sarà domani. Io non ne ho; al massimo avanzo l’ennesima aporia contro quell’aberrante esperienza che è – è stata e sarà ancora, a quanto pare – la Didattica a Distanza. Perché di certezze al tempo del Covid-19, anche a noi docenti, ne restano davvero poche. Di sicuro queste certezze, cui continuiamo ad aggrapparci racimolandole in giornate nevrasteniche e con la speranza che siano la chiave di (s)volta di questo nebuloso periodo storico, pesano poco di fronte agli allarmi purtroppo giustificati che ci ingombrano il cuore e lo sguardo. La chiusura delle scuole per contrastare la pandemia è necessaria, e lo sa ogni docente sano di mente; ma sta rischiando di degenerare in qualcosa di ben più pericoloso. Un grimaldello nelle mani sbagliate che rischia di fare danni inenarrabili sul futuro del sistema italiano, e occidentale.

QUESTIONE DI NOMI. MA LE DISUGUAGLIANZE RESTANO. Il delirio sconcertante di questi nuovi giorni di didattica a distanza è innanzitutto nella nuova nomenclatura proposta dal Ministero e subito avallata da uffici scolastici provinciali, DS conniventi o sottomessi e Funzioni Strumentali annesse. È arrivato come una specie di strano ordine, in linea peraltro con la deriva burocratizzante e centralistica che da anni si è impossessata della scuola. In un sistema tanto sclerotizzato nell’acquisizione e riformulazione di circolare, decreti, bozze, cronoprogrammi ecc. tanto mirabolanti quanto sterili. E quindi: mai più DaD, si dice DDI. Come se Didattica Digitale Integrata (da portare avanti parallelamente alla didattica in presenza) potesse con un colpo d’acronimo rimuovere tutte le storture, le sperequazioni, i disagi sociali ed emozionali che abbiamo già sperimentato con la Didattica a Distanza del primo lockdown.

Questa prima settimana è stata – c’è bisogno di sottolinearlo? – un fiasco colossale: la DDI ha riportato in auge i vecchi problemi già emersi in precedenza. Anzi, acuendoli ancor di più: aumentando per esempio la forbice della partecipazione in ogni classe, con un terzo dei ragazzi tutto sommato connessi e partecipi con i propri devices e gli altri ⅔ “fuori dal giro” della lezione online per i più disparati motivi: prof non c’ho la telecamera, prof io entro ma poi la piattaforma mi caccia, prof ho finito i giga, prof non riesco a entrare, prof non trovo il link, prof non sono a casa e non prende, prof non so accendere un computer (in varie declinazioni dialettali che non sto qui a dire).

GNORRI PATENTATI O TROGLODITI DIGITALI? Con la pletora di scuse – più o meno legittime e sincere – che abbiamo ascoltato in questa prima settimana di DaD-lirio tecnologico potremmo riempirci conversazioni nei corridoi per gli anni a venire, ma c’è uno sforzo da fare: tocca andare al succo della questione e provare a discernere, in ogni classe, caso per caso. Scoprendo, ad esempio, la provenienza effettiva di quelle frasi. Il dubbio amletico rimane quello: sono alibi da prendere cum grano salis, oppure SOS lanciati da chi ha difficoltà strutturali con i mezzi tecnologici, legate a volte anche al disagio economico della propria famiglia?

Sulla prima categoria non converrà spendere parola: i ‘furbetti della connessione’ fanno il paio con i ragazzi dei filoni, delle seghe, i marinari, i bigiari et similia che abbiamo conosciuto durante la didattica in presenza – e sembra un’era fa. D’altronde, come non capirli? Troppe calde, le lenzuola del letto, specie dopo aver fatto after in tornei oltreserali alla Playstation o in maratone notturne per la serie preferita; tanto, mamma e papà non ci sono per i motivi più disparati, e la sveglia può essere spostata più in là. Tanto, la scuola può aspettare.

L’EDUCAZIONE CIVICA DIGITALE, MENTRE LA LUNA CI ACCECA. Per l’altro ⅓ conviene invece partire da un enunciato difficilmente scalzabile: l’educazione civica digitale – altra formula in voga nelle ultime settimane – è un fallimento già in partenza. Sì, perché i presunti nativi digitali in molti casi sono tali solo per età anagrafica, e non per motivi di merito: in questi 7 mesi tutti noi docenti – perfino quelli delle superiori, che dovrebbero avere davanti studenti con una discreta padronanza delle nuove tecnologie – ci siamo imbattuti in alunni sprovvisti di un indirizzo mail, in altri incapaci di scriverne una (con il ‘testo’ messo alla voce ‘oggetto’ e la ‘voce’ testo lasciata completamente bianca, come un campo sterminato di silenzio), in altri ancora frettolosi e neppure disposti ad ascoltare le indicazioni per convertire il file jpg dei loro compiti nel corrispettivo pdf (bastava una qualsiasi app, e invece…), in altri inabili perfino a scrivere un documento Word o a preparare una presentazione in Power Point!

Come pretendere perciò di far seguire a noi docenti – peraltro già formati sulle tematiche delle TIC e delle competenze chiave di cittadinanza europea – ennesimi corsi di formazione sull’argomento se sui nostri studenti il positivismo digitale 3.0 ha prodotto, in barba a ogni rosea aspettativa, una desertificazione culturale e una completa schiavitù verso il medium, usato senza alcuna riflessione critica? Non c’è piattaforma digitale o registro elettronico che tenga, perciò: la scuola dovrebbe fare sin dalla primaria un piano di educazione al digitale serio e ponderato, tarato gradualmente sulle potenzialità dei discenti, altrimenti continuerà a voler riempire un deserto con i secchielli d’acqua. Col rischio di ritrovarsi domani una società di trogloditi digitali, che sanno smanettare fra WhatsApp e TikTok ululando come se avessero in mano carne di selvaggina senza sapere come si accende il ‘sacro fuoco’ di Internet: che, come qualsiasi strumento progettato dall’uomo, può essere una risorsa straordinaria anche a scuola.

Soprassediamo pure sulla necessità di investimenti strutturali: l’innegabile connettività a banda larga, da garantire a tutti i nostri studenti, da Palermo ad Aosta, dalle Cozie alle Giulie, dal Tirolo al Salento e isole comprese è una questione non più procrastinabile, se si vuole veramente trasportare la scuola verso la democrazia della conoscenza, garantendo a tutti i discenti le stesse opportunità didattiche e di studio. Discorsi già sentiti, è vero: l’avevo detto, che la mia alla fine sarebbe stata un’aporia…

2 pensieri su “DaD-lirio, no grazie: la scuola è un’alta cosa/1

  1. Ho conosciuto bambini cresciuti senza scuola, in campagna, che poi son diventati adulti sereni ed equilibrati. Conosco bambini cresciuti chiusi dentro tutte le scuole di vario tipo e diventati adulti depressi, annoiati e spenti. Credo che nella scuola ci sia qualcosa che non va: l’ imposizione di certi schemi. E chi non li segue viene punito o allontanato. C’è qualcosa che non va in questo tipo di educazione all’obbedienza. Ho lavorato con maestre , assistenti sociali, psicologi e visto comeil bambino sia sempre costretto a rientrare negli schemi di adattamento per far contenti tutti. Si da loro un’educazione che comprende tante cose tranne quelle che da adulti sarebbero davvero utili. La scuola non solo non è mai stata rinnovata veramente ma ancora adesso si basa su concetti distruttivi per ogni bambino. Dunque darebbe ora di far aprire le menti dei bambini e non di chiuderle. 🤨

    "Mi piace"

    1. La scuola è troppo sclerotizzata ormai in una pazzesca ingessatura burocratica. Niente si può muovere senza autorizzazioni, certificazioni, determine, circolari, ecc. Tutto è come fossilizzato, e la creatività di ogni dialogo educativo risulta impoverita da questo disegno ministeriale così strambo e pazzoide. Ecco perché noi insegnanti dovremmo insegnare, nobilmente e con passione, la splendida arte della “disobbedienza nelle regole”. Bisogna ritornare alle regole, quelle non scritte però: alla solidarietà, al buon senso, al rispetto dei proprio limiti individuali. Capendo, cioè, che solo riconoscendosi nell’altro si può trovare una più facile dimensione di sé. Ricordando di vivere tutti quanti in un sistema che ci vuole per forza di cose s-regolati, de-responsabilizzati, in perenne ricerca dell’esperienza straordinaria. Invece dobbiamo riguadagnare spazio all’ordinario, alla dimensione normale: dobbiamo re-insegnare la bellezza di una formica che cammina, di un tramonto che sembra un’alba, delle foglie che cadono d’autunno o degli alberi morti d’inverno. Ri-educare al bello: quello, andrebbe fatto davvero

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...