La poesia che ferma il deserto: intervista a Ivan Crico

Le ragioni di un incontro

Sarò sincero sin da subito dicendo com’è nata questa intervista: a caso, del tutto casualmente, e per via di Internet. Sì, perché non saprei dire il momento esatto in cui ho stretto un’amicizia virtuale con Ivan Crico, artista e poeta nato a Pieris nel 1968, da sempre vissuto nel Goriziano e molto attivo anche nella produzione in dialetto (qui le info biobibliografiche e una breve antologia di testi). E non saprei dirlo perché le amicizie virtuali, come ormai ognuno sperimenta, nascono un po’ così, per un post condiviso, un mi piace a un commento, magari scoprendo un amico reciprocamente comune, e restano solo apparentemente accantonate, mentre in realtà ogni tanto uno può andare a spulciare sul profilo dell’altro solo per vedere come va. Lungi da me chiaramente dal fare la cronologia di questo rapporto epistolare a distanza, che posso semplicemente quantificare in x anni; dirò semplicemente questo: seguire le sue iniziative e intervistarlo anche a distanza è stato molto illuminante. È l’ennesimo passaggio/paesaggio che conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che al di là della cultura mainstream, dei meccanismi editoriali della macchina industriale,

Bisiacaria (GO)

dei soliti nomi che vanno per la maggiore e diventano bestseller di se stessi, c’è dell’altro: ci sono terre letterarie di confine, che vivono alla frontiera non solo di un Paese, ma del Senso del fare poesia e dell’esistere in modo diverso; ci sono uomini che, nel nome di un’idea, mettono nobilmente in gioco se stessi per potersi ridefinire e per poter offrire ai lettori nuovi sentieri, nuovi spazi e parole per dirsi vivi; e ci sono chiaramente libri che magari ci metteranno tanto per arrivare su una scrivania, ma che evocano l’essenziale, uno sguardo lanciato sull’Isonz, i pirantoni e la corantìa che sfiora tutte le cose. Qualcosa, l’essenza, di cui abbiamo tutti bisogno, in quest’epoca di caciara e ciarpame che straparla senza dire il bello che è intorno a noi. L’arte e la poesia di Ivan Crico in questa direzione vanno. E la conversazione che leggerete non si distacca certo da questo fine.

L’intervista

1. Apriamo con una leggera provocazione: è già strano coltivare la passione della poesia come una professione – unendola fra l’altro alla pittura; lo è ancora di più farlo in un dialetto del Friuli Venezia Giulia, quello della Bisiacarìa, una zona pressoché sconosciuta al resto del panorama nazionale. La domanda più banale, ma anche inevitabile, è quella: perché la poesia, e perché in dialetto?

Non scrivo mai a comando; non c’è una decisione a priori quando nasce una poesia: la poesia si fa avanti da sola, in modo oscuro, quasi sempre indipendentemente dalla mia volontà. Leggo continuamente le opere degli altri poeti ma posso stare settimane, mesi, anni senza scrivere un solo verso. Poi, di colpo, il greto arido si trasforma in un fiume in piena e mi ritrovo a dover trascrivere, come sotto dettatura, un’intera raccolta nel giro di pochi giorni. Diventiamo così il mezzo per far fluire nel mondo immagini, suoni, pensieri impensati. Del tutto nostri? Non si sa. Non mi interessa descrivere ciò che già so di me stesso. Mi interessa, della poesia, questa straordinaria possibilità che ci offre ogni volta di avvicinarci a zone ancora inesplorate, in noi e in ciò che ci circonda.

Ponte di Sagrado, Bisiacaria (GO)

Ciò che, impropriamente, chiamiamo “dialetto”, è la prima lingua con cui ho imparato a nominare le cose, quella che impiego ancora ogni giorno. Pur scrivendo anche in italiano, quando scrivo nel mio “bisiàc” mi sembra di poter accostarmi alla parola poetica – senza negare la presenza e l’importanza della maschera in ogni fare artistico – in maniera più diretta e sincera. Come scrisse Paul Celan,“solo nella madrelingua si può esprimere la verità, nella lingua straniera il poeta mente”.

2. Fra le persone con cui hai collaborato, c’è il compianto Pierluigi Cappello: una delle personalità più originali del paesaggio poetico italiano degli anni Venti. Mi riviene in mente una parola, proprio friulana, che lo ha ispirato: inniò. Potresti tradurla, a noi non autoctoni? E ti va, partendo da qui, di parlarci un po’ della vostra amicizia e della bellezza di Cappello?

“Inniò” è un avverbio friulano antico, in disuso ormai, che nasce dall’accostamento di una preposizione con una negazione. Potrebbe essere tradotto con “in nessun luogo, da nessuna parte”. Lo ritroviamo all’interno di una sua bellissima poesia: “Jo? Jo o voi discôlç viers inniò” (Io? Io vado scalzo verso inniò). Il poeta, privo di ogni appiglio, si incammina in una dimensione sempre sconosciuta.  Il nostro primo incontro nasce proprio all’insegna della poesia in “marilenghe” ( “Madrelingua”). Pierluigi era venuto a trovarmi a casa dei miei, a Pieris, per farmi leggere i suoi primi testi ancora inediti in friulano.

Pierluigi Cappello e Ivan Crico, Foto Facebook dell’autore

Aveva pubblicato da poco il suo primo libro ed era ancora sconosciuto ai più. Raffinatissimo poeta in lingua, coltivava in segreto anche la scrittura in friulano e aveva bisogno di confrontarsi con qualcuno che, come lui, scriveva impiegando la propria lingua natìa. Le poesie mi piacquero a tal punto che gli proposi di presentarle in una serata di letture poetiche che mi avevano chiesto di organizzare in una libreria a Udine. Da lì nacque una lunga amicizia che portò, tra i vari progetti, anche all’ideazione di una collana di poesia, “La Barca di Babele”, che contribuì a far conoscere autori oggi molto noti, ma allora quasi sconosciuti, come Mario Benedetti o Alberto Garlini.

Pierluigi era un vero poeta, che dedicò ogni sua energia, superando prove esistenziali immensamente difficili, allo studio dei grandi poeti e alla stesura dei suoi sempre intensissimi e calibratissimi versi. La sua prematura dipartita ha lasciato un grande ed incolmabile vuoto nelle nostre vite. Quando penso a lui, mi torna sempre in mente la famosa orazione funebre pronunciata da Alberto Moravia durante il funerale di Pier Paolo Pasolini: “abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo. Ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo”.

3. Con chi altri hai avuto il piacere di lavorare in questi anni, e quali sono i tuoi progetti per il futuro a medio e lungo termine?

L’autore insieme al filosofo Giorgio Agamben

Il filosofo Giorgio Agamben, alcuni anni fa, mi ha coinvolto nel suo progetto editoriale ideato per l’editore Quodlibet: la collana di poesia bilingue denominata “Ardilut”. Ho curato per lui una traduzione in versi del capolavoro giovanile pasoliniano “I Turcs tal Friul” (che mi ha dato l’opportunità di confrontarmi anche con la nipote del poeta, Graziella Chiarcossi) e una riedizione de “El critoleo del corpo fracassao” di Biagio Marin accompagnata da un prezioso saggio di Pericle Camuffo. Poter lavorare con uno studioso che da sempre ammiro, assieme ai nostri compagni di viaggio Elenio Cicchini e Nicoletta di Vita, mi ha permesso di sviscerare e vedere sotto un’altra luce molte ricerche che porto avanti fin dai miei primi passi nel mondo della poesia. Un grande arricchimento dal punto di vista artistico e anche umano.

Per quanto riguarda i miei progetti futuri, ho ritrascritto e raccolto tutte le mie versioni in dialetto di grandi poeti (di cui alcune uscite nell’antologia Con la stessa voce per l’editore LietoColle nel 2015) e sto mettendo assieme delle poesie per un prossimo libro. Inoltre, ho finalmente completato un libro di favole poetiche in rima, questa volta scritte in lingua, a cui lavoravo da vent’anni.

4. Pier Paolo Pasolini e Biagio Marin rappresentano, per motivi diversi o forse intimamente uguali, due dei punti di riferimento fondamentali della tua esperienza, poetica e non solo. Perché, secondo te, la loro lezione oggi è ancora importante e merita di essere recuperata?

L’antro siel del mondo, LietoColle, 2019

Sono autori che, come testimonia anche la loro scelta di scrivere impiegando delle parlate marginali, il loro porsi sempre ai confini dove dimorano i senza voce, ci ricordano l’importanza di custodire e celebrare la “varietas” del mondo assieme ai saperi tramandati da coloro che ci hanno preceduti, come ricorda il verso pasoliniano: “difindi, conservà, preà.” (“difendere, conservare, pregare”). Il loro messaggio è sempre più attuale e, declinato alle sconvolgenti trasformazioni in atto, può ancora aiutarci molto per opporsi a questo pericoloso tentativo – accompagnato come sempre dalla retorica delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria – di imporre un’unica narrazione, un’unica visione. Il deserto avanza, fuori e dentro di noi: le voci di questi poeti, se vogliamo fermarci un momento ad ascoltarle, ci indicano delle vie ancora praticabili per tentare di fermarlo.

5. Gide ha scritto: «Se mi vietassero di scrivere, mi ucciderei». Gli ha fatto eco Valéry: «Se mi obbligassero a scrivere, mi ucciderei». In quale delle due affermazioni ti rispecchi, e perché?

Vorrei riportare queste affermazioni un po’ altisonanti alla nostra vita di ogni giorno. La prima affermazione purtroppo – cosa impensabile per le persone della mia generazione – è diventata di questi tempi, per molti artisti, una triste realtà. Pensiamo a tutti gli ostacoli legati alla condivisione del fare artistico, in tutte le sue espressioni. Divieti, basati su scelte spesso prive di logica e con preoccupanti derive discriminatorie, che hanno fortemente penalizzato soprattutto gli artisti la cui opera ha bisogno di un pubblico in presenza. Ma ci fanno luce i maestri: «Ottant’anni fa, nel lager di transito di Vtoraja Recka, moriva d’inedia Osip Mandel’štam. Testimoni oculari hanno raccontato che, semiassiderato, rosicchiando zollette di zucchero, se ne stava accovacciato, vicino a un immondezzaio, e recitava brani della Divina Commedia e del Canzoniere del Petrarca».

Osip Mandel’stam

L’affermazione di Valéry, volendola calare nella realtà quotidiana di chi sogna di vivere d’arte, rispecchia invece una problematica molto più comune in questo mondo, con le inevitabili pressioni esercitate da editori, manager, galleristi per commercializzare al meglio l’opera degli artisti che rappresentano. Per evitare ogni tipo di interferenza esterna e poter dire e fare solo ciò che sento, ho scelto fin da subito di vivere d’altro e non dei frutti del mio ingegno. Si può cantare ovunque, anche tra l’immondizia, assediati dal nulla di chi vorrebbe ascoltare soltanto la propria voce.

6. Guardiamo invece a oggi, e allo stato dell’arte. Paolo Febbraro, in un articolo di qualche settimana fa, ha aperto dicendo: «Adesso che è morta, la poesia va a gonfie vele. Poche vele, in verità: poiché la maggior parte delle attività umane, compresa la scrittura, va a motore. Così, quelle vele sono gonfie di venti, i navigli scivolano sull’acqua fra il tiraggio del sartiame e lo sbattere dei teli, vecchi stridori e cigolii, tanfo di stiva e brezza d’alto mare. Adesso che la poesia la scrivono tutti, chi partecipa ai premi e i giurati dei premi, i cantautori e i narratori, gli astrofisici e persino le astute ragazze ai giuramenti dei presidenti, la poesia è salva, perché i poeti sono liberi di scriverla e – molto più volentieri – di non scriverla affatto, risparmiandosi per i pochi momenti di vera ispirazione, e vera croce.» (qui l’intervento integrale: http://www.leparoleelecose.it/?p=41945). Qual è secondo te lo stato dell’arte? La poesia è davvero rediviva, oppure è indubbiamente condannata all’isolamento?

La poesia non è affatto morta, anzi, anche se si sposta sempre di più, è vero, su mari virtuali. Ci sono ottimi poeti, anche molto giovani, in cui la parola poetica ancora risplende con sfolgorante intensità. Se sempre più persone si dedicano alla scrittura, alle varie arti in genere, non posso che esserne felice. Eventuali successi mondani di artisti che veri artisti non sono, non ci devono preoccupare. La loro falsa luce non dura mai oltre il loro ultimo respiro. Quando Van Gogh viveva di stenti, del tutto sconosciuto, a Parigi operavano artisti, oggi caduti nell’oblio assoluto, di fronte a cui si inginocchiavano i potenti del mondo. Ciò che ha valore, prima o poi, trova sempre il modo per arrivare a chi è pronto per apprezzarlo.

7. Se dovessero chiederti oggi di scrivere su un taccuino i nomi di tre poeti attuali che meritano la palma di emblemi di questo primo ventennio del Duemila, chi metteresti nella lista?

Antonella Anedda

Posso fare soltanto, evitando ogni discutibile tentativo di classificazione, i nomi di alcuni amici poeti (ma la lista potrebbe allungarsi molto) che sono stati importanti per me e con cui ho condiviso il mio cammino nel mondo della poesia: Antonella Anedda, Mario Benedetti e Pierluigi Cappello. Si tratta di autori che hanno scritto alcune tra le migliori raccolte poetiche pubblicate negli ultimi vent’anni e che ancor oggi, con grande piacere, vedo spesso citati anche dai giovani poeti e studiosi di poesia come autori di riferimento.

8. Come vedi più in generale la cultura italiana? Hai dei modelli provenienti dal mondo dell’arte a cui ti richiami, oppure nutri scarse speranze nel ruolo medio dell’intellettuale?

In Italia abbiamo pensatori ed artisti di altissimo livello apprezzati in tutto il mondo – dal già citato Giorgio Agamben a Romeo Castellucci – ma non altrettanto bene accolti da queste parti, per cui resta sempre valida la frase, riferita dai Vangeli, nemo propheta acceptus est in patria sua. Poche le persone disposte a fare quelle scelte “sconvenienti” già indicate dal mio conterraneo Michelstaedter e, di conseguenza, poche le ricerche capaci di svincolarsi dalla ricerca di un facile consenso. L’arte non è dare al pubblico ciò che si aspetta ma far sì che l’ancora impensato possa trovare dimora, attraverso la parola, il gesto, un colore o un suono, nel mondo. Qualcosa di non familiare, perturbante, che non sempre trova immediata accoglienza. Ma solo in questo modo possiamo plasmare il nostro futuro in modo creativo, non ridurlo a calco fragile di rassicuranti storie già sentite. Come scrisse René Char: «Dobbiamo imparare a vivere senza sudario, a rimettere all’altezza, ad allargare i marciapiedi delle città, ad affascinare la tentazione, a spingere in prima fila la parola nuova per consolidarne l’evidenza».

9. Capitolo scuola: che opinione hai sul fare scuola oggi nella società postcapitalistica, soprattutto dopo l’inizio della pandemia e dell’esperienza della DaD?

Photo by Jr Korpa on Unsplash

Sono emersi segnali molto preoccupanti in quest’ultimo periodo. Abbiamo sentito per la prima volta parole rivolte al corpo docente, da persone che dovrebbero difendere tutti i docenti, indistintamente, che hanno aperto ferite profonde e, credo, difficilmente rimarginabili.

Cercherò, finché sarà possibile, di seguire le orme di alcuni miei ottimi maestri, fin dalle scuole elementari, che mi hanno trasmesso il desiderio di conoscere ogni giorno sempre nuove cose per guardare il mondo anche da altri punti di vista, liberandoci dai tanti condizionamenti esterni e preconcetti assorbiti fin dai primi anni di vita. E, soprattutto, a sviluppare il pensiero critico, a pensare con la propria testa, non accettando supinamente le cose come ci vengono raccontate, spesso con fini tutt’altro che virtuosi.

La didattica a distanza ci è servita per riscoprire l’altissimo ed insostituibile valore dell’insegnamento in presenza. Ma ci ha insegnato, anche, che la presenza non sempre è necessaria e che esistono, a volte, modi più efficaci per svolgere determinate operazioni insieme anche ricorrendo a questi nuovi strumenti. Spetta a noi impiegare questi strumenti in modo appropriato, ricorrendo il più possibile, mi auguro, alle risorse offerte dai software open source. L’obiettivo è sempre quello per me, come insegnante, di permettere agli allievi di trovare una propria strada, fornendo loro tutti gli strumenti necessari per percorrerla. Sempre pronti ad affrontare e superare, da soli o sapendo scegliere validi compagni di viaggio, ogni incognita.

10. Come reputi il rapporto fra i giovani e la letteratura, e in generale con la poesia? Sei a conoscenza di esperienze virtuose, iniziative letterarie e non solo, che possano essere replicabili altrove?

Mi aveva molto colpito l’apparizione sulla scena poetica di Gabriele Galloni, prematuramente scomparso dopo aver scritto alcune poesie di straordinaria bellezza. Una grandissima perdita. Ma, segnalando soltanto alcuni tra i più giovani, giovanissimi in questo caso, vi sono voci molto promettenti come Mattia Tarantino e Giorgiomaria Cornelio, ad esempio, ragazzi preparatissimi e molto attivi anche per quanto riguarda la promozione della poesia altrui, curando collane editoriali, riviste e blog. Ho fatto solo due nomi; ma, per fortuna, ci sono anche tanti altri giovani altrettanto seri e motivati. Ci sono validi motivi per ben sperare.

René Char

Per rispondere all’ultima domanda, per me, ancor oggi, bisognerebbe ripartire dall’intuizione dei seminari organizzati da Char a Le Thor. Rimettere profondamente in discussione i modi con cui oggi si porta la poesia a contatto con il pubblico.

Vorrei segnalare a proposito il “Giardino di studi filosofici”, un luogo di conversazioni e di studio, cui hanno dato vita Giorgio Agamben, Elenio Cicchini, Emanuele Dattilo, Nicoletta Di Vita e Monica Ferrando. Da questa esperienza si stanno sviluppando diverse ricerche innovative, che coinvolgono poeti e filosofi, per cercare di ridare alla riflessione filosofica e poetica il suo originario, profondo respiro.

Pensiamo all’etimologia stessa della parola seminàrio, dal lat. Seminarium (der. Di semen -mĭnis «seme») «semenzaio, vivaio». La parola che ridiventa seme, da custodire e curare nel tempo, non solo sgargiante fiore reciso legato al tempo breve della festa.

Postilla in brevis

A suggello di questa conversazione, resta la testimonianza di Crico. In un’epoca perennemente protesa a un’insana Edoné, l’artista e il poeta seminano, e respirano e fanno respirare. Il deserto non è lontano, ma con i poeti si può sempre resistere.

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