Democrazia/ipocrisia: l’Ucraina si è fatta reality

E’ guerra da una settimana, e lo sappiamo tutti; da una settimana, tutti i giorni, a qualsiasi ora, si vedono e si sentono notizie di bombardamenti, di morti e di feriti, di assalti e di assedi nel profondo Est del Vecchio Continente.

E già da diversi giorni ho una triste percezione: al netto delle informazioni standard e doverose, la guerra è diventa un terribile reality show. Al mattino o di sera, o nei momenti di stanca della giornata in cui le nostre stressanti vite da occidentali ci lasciano un barlume di spazio per riflettere, accendiamo la tv o aggiorniamo i nostri telefoni per il gusto informativo di vedere e capire a quanti morti si è arrivati sulla linea del fronte, da una parte e dall’altra, contando soprattutto la catena dei caduti dalla parte degli offesi, che sono gli ucraini com’è noto, mentre dei feriti dell’altra parte qualcuno esulta, come gli ultras di una qualsiasi curva. Contiamo i morti, aspettiamo notizie cariche di dolore, lo sguardo perso dei profughi che premono alle frontiere, come se fossero normali titoli di borsa, o i prezzi di un pacco di pasta al supermercato. E dietro quest’ansia irragionevole e melliflua, e pur sempre rassicurante, di chi può assistere alla cronaca sanguinaria standosene in panciolle sul divano o col boccone che gli gonfia una guancia durante i pasti, si cela il malato, e manierato, voyeurismo dell’homo occidentalis. Un po’ come lo spettatore che, con animo goethiano, assiste al naufragio di una nave in pieno mare aperto restandosene in porto, colpito magari nel cuore sensibile ma ben tranquillo e stabile nel suo corpo integro.

Ecco, noi occidentali privilegiati siamo questi scampati – anche se chiaramente ancora non si sa per quanto, viste le torve minacce che aleggiano sull’intera Europa – ma siamo questi: assistiamo a una guerra che diciamo nostra solo perché la geografia di un atlante ce l’ha imposto; magari stiamo partecipando a qualche raccolta fondi o di aiuti umanitari per lavarci abbondantemente la coscienza e poter dire di aver dato il nostro contributo alla causa dei più deboli, che sono le uniche vere vittime di una guerra senza senso; ma per il resto la guerra non ci tange, non sposta gli equilibri, è un evento a noi esterno. Innocuo. Lontano.

Fra l’altro, la proliferazione mediatica di questi giorni non fa altro che aumentare lo scollamento: aumenta in noi la percezione del male fisico, certo, ma la aumenta tanto, talmente tanto da indurci, a un certo punto, a scadere nell’errore contrario, ossia nell’abitudine.

Lo ha detto bene Andrea Pennacchi nel monologo di venerdì scorso a Propaganda Live: finiremo per abituarci anche a questo, come una cosa qualsiasi.

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