La guerra, come puoi già spiegarla? Per ora lasciamola in bottiglia

Anche in questi giorni di guerra continuano ad arrivare mail di seminari, webinar e corsi di aggiornamento e formazione pomeridiani. Alcuni si riferiscono, in modo precipuo, alla terribile guerra d’Ucraina, e nascono dalla volontà di poter portare anche a scuola la discussione sui fatti del momento, sul terribile conflitto nel recinto di  casa che tutti sta spaventando, dagli addetti ai lavori delle diplomazie alle casalinghe di Voghera sparse in tutto l’Occidente. Lodevole iniziativa, sia chiaro: cercare di comprendere il mondo che ci circonda è da sempre la vera funzione di un buon docente. Farlo però ora, sin da subito, provocando la proliferazione di questi corsi parallela agli altrettanti speciali/documentari/talk show/reportages/dalla zona di guerra rischia di essere non solo delirante e confondente nelle conseguenze: rischia di esserlo già nel metodo di conduzione.

On Unsplash by Pietro Nigro

Provo a spiegarmi meglio. Come si può pensare di spiegare un conflitto attuale, vivo, ancora in corso, trasmesso praticamente live h24, usando i metodi e le categorie del mestiere dello storico, che come è noto indaga e studia il passato attraverso le innumerevoli fonti che gli sono giunte? Spiegare il presente usando un metodo fatto apposta per il passato… ecco, forse è questo il vulnus lampante, la forzatura ontologica. Certo, è innegabile un altro fatto: non abbiamo che la storia passata per spiegare il nostro tempo presente. Da diversi anni gli studenti mi chiedono se ci sarà mai la terza guerra mondiale: me lo chiesero nel 2020 quando gli americani uccisero il generale iraniano Qasem Soleimani; me lo hanno chiesto quando è riprecipitata la situazione nel Nagorno Karabagh; a maggior ragione me lo stanno

On Unsplash by Sarin Aventisian

chiedendo negli ultimi tempi. È come se ci fosse da sempre, nell’immaginario collettivo e anche giovanile, questa spada di Damocle all’orizzonte, come se fatalisticamente debba per forza di cose arrivare una nuova guerra cosmica, da vivere sulla propria pelle, anche se fondamentalmente uno non sa dire se sia per saggiare il proprio coraggio, per desiderio catartico di violenza o per pura curiosità fisica. Certo, la guerra in Ucraina ha ricreato un po’ in tutti, giovani e meno, la paura ancestrale di un conflitto cosmico, forse l’ultimo per il genere umano, se è vero che basterà azionare anche solo un ordigno bellico da qualche parte a est per entrare nel non ritorno definitivo. Di sicuro Eric Hobsbawm, che tutti stanno tirando per la giacchetta, si era sbagliato ma questo era già lapalissiano: un secolo non è che finisce allo scoccare della mezzanotte del primo anno del secolo dopo, la storia non è quel semplice

On Unsplash by Lucia Garò

giro di calendari che in maniera idiota pensano i più. Certo, sperare di raccontarla con l’acutezza degna di apprendisti Barbero o Cardini è francamente un esercizio ingenuo. Siamo ancora nel turbine degli eventi, travolti da un tornado di notizie dal fronte che rende impossibile guardare le cose con le indispensabili freddezza e intelligenza dello storico. La storia funziona come una bottiglia di vino: va lasciata posare, decantare, si deve aspettare che i sedimenti e i cristalli della feccia finiscano ben bene sul fondo; solo così il contenuto, il vino in sé, può essere ammirato nella sua bellezza, nel suo colore, e si può cominciare a gustarlo almeno con gli occhi, altrimenti il risultato sarà quello di un torbidume sgradevole alla vista, che farà essere poco propensi anche a qualsiasi altro sorso. Bene, in questo momento perciò la bottiglia della storia è ben torbida e per ora va lasciare.

Dovremmo piuttosto, da insegnanti, presentare diversamente questa guerra: citando la bravissima reporter di guerra Francesca Mannocchi, ieri intervenuta a PropagandaLive, «dobbiamo essere bravi a liberarla dal magazzino degli orrori e dalle incrostazioni dell’emotività». Questo sì, lo si può e lo si deve fare: raccontare mettendo insieme i pezzi della realtà; riportare i fatti, e non le opinioni che sono spesso figlie di una lettura salottiera, fatta a migliaia di chilometri di distanza, e che non conoscono pertanto il fango e il sangue di ogni guerra. Ma la storia lasciamola al suo orrendo, e a-razionale, corso: ci sarà tempo per sorseggiarla più in là. Sapendo che quel vino è costato sangue e sudore.

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