Canto per Paolo Rumiz: il Gigante che ci dice quale Europa è più vera

Lo ha detto proprio lui, il Nomade Gigante venuto da Trieste, ieri pomeriggio a Frosinone: gli incontri migliori si fanno per caso. Come per caso è capitato il quid che ha portato me, incantato lettore, al cospetto di un grande della nostra letteratura, italiana ed europea. Sì, perché che Paolo Rumiz dovesse venire a pochi chilometri da qui a parlarci di Europa, di viaggi e di incontri, l’ho saputo del tutto casualmente e a mezzo social network, e per quelle vie traverse che solo il destino sa tessere in modo beffardo e simpatico.

Praticamente a ridosso del pomeriggio (organizzato dall’associazione Via Benedicti, in collaborazione con Feltrinelli Editore e Ubik Frosinone), a due ore di distanza, vengo a sapere che Paolo Rumiz sta per prendere parola a Frosinone. Cosa posso fare, se non precipitarmi a raccogliere i suoi libri che ho in casa e mettermi in marcia, fiducioso come un imbelle adepto che si reca al cospetto del suo maestro?

Ed è andata così: zainetto con La leggenda dei monti naviganti, Annibale, Maschere per un massacro e Trans Europa Express, appena una penna – neppure un taccuino per prendere appunti: grave manchevolezza: per fortuna ho nel portafoglio dei fogliettini di fortuna, fascette di carta strappate qua e là che poi terrò a spillo – e tanta, tanta curiosità negli occhi che sfavillano di trepidante curiosità.

Seduti nell’Auditorium del Conservatorio c’erano altri spettatori che hanno aspettato, in laico silenzio, che prendesse la parola lui: il cantore delle storie di confine, il lupo di mare convertito ai lunghi cammini in alta quota e il montanaro con l’anima da barca a vela, l’inseguitore di antiche strade e di popoli fieri, si è materializzato lì, in carne e ossa. Il cranio raso chiuso da una barba canuta appena percepita, il muso quasi sfingico, gli occhi profondi a guardia di un corpo scandito da miglia e miglia in avanscoperta nella fortezza Europa, Rumiz ha preso la parola, ed è stato come mettersi davanti un libro aperto e scandito a voce.

Quando ascolti le esperienze che ha vissuto un autore così, un uomo così, il rischio è quello di ritrovarsi piccoli piccoli davanti a uno che snocciola dati, avventure mirabolanti, incontri miracolosi per il solo gusto di sminuirti. E invece, quello che stupisce ancor di più incontrandolo dal vivo, è che (mai come in questo caso) la persona rispecchia la scrittura. Provo a spiegarmi meglio: spesso non abbiamo la fortuna di conoscere de visu i nostri autori preferiti, e rimaniamo perciò con il cruccio di non sapere quanta corrispondenza ci sia fra la pagina e l’anima, fra la vita scritta e la vita esperita; ecco perciò che, quando l’occasione capita e il paragone possiamo farlo, la congruenza fra carta e corpo ci appare così naturale da essere straordinariamente sconcertante.

E Rumiz è così: trasparente come i suoi occhi azzurri, acuto osservatore del tempo antico che è l’unico modo per capire il tempo nostro, uomo che non ha mai inseguito le mode letterarie della post-modernità, ma che si è sempre lasciato flettere da ben altre risorse, nate altrove, oltre il frastagliato orizzonte dietro casa sua a Trieste che è stato ed è ancora ex Jugoslavia e Balcani, Bisanzio e poi Istanbul, mondo bizantino e islamico, mondo greco e orientale: in una parola, Europa.

Come quella che ha cantato nel suo ultimo lavoro, Canto per Europa: forse il libro più lirico, tecnicamente e intimamente, e di cui ci ha voluto regalare una serie di assaggi che da soli sono valsi l’ora e mezza di discorsi che ha sciorinato con compattezza granitica ed espressività libera, mai banale e sempre sempre suggestiva.

Ha parlato di una specie di trilogia sull’Europa e sui motivi che lo hanno portato a viaggiare, convintissimo che «non sei mai tu che scelgono i viaggi, ma sono i viaggi che scelgono te» e inducono, come nel suo caso, a scrivere. Trans Europa Express ad esempio è nato come pretesto la sera del suo 60esimo compleanno, festeggiato in un’osteria sperduta dietro Trieste a 5 metri dal confine della Slovenia che proprio quel giorno entrava nell’Unione Europea e smantellava la vecchia frontiera durata sessant’anni; Il filo infinito è partito da un cortocircuito, la visione svettante della statua di San Benedetto nel cuore di Norcia, visitata nel 2017 all’indomani del terribile terremoto, e quel dito puntato a suon di monito che ha indotto il nostro alla scoperta dei monasteri benedettini del nostro Continente; Canto per Europa è un inseguimento nato dalla chiamata che Rumiz ricevette da un caro amico inglese, preoccupato dall’istupidimento collettivo dei suoi connazionali che decisero poco dopo di imboccare la Brexit e pronto a partire per dimostrare la follia di quella strada senza ritorno.

Tre momenti diversi per tre viaggi diversi, tutti però accomunati da un filo rosso incancellabile e carico di passione: l’Europa, la Matria, il Vecchio Continente da scandire a suon di paesaggi, di voci, di sapori, di incontri, geografici prima di tutto ma innanzitutto sociali, relazionali, u-ma-ni.

Europa che mitologicamente è, e lo ha ribadito il Nomade Gigante, innanzitutto donna che viene rapita dagli ardori sessuali di un indemoniato Zeus; ma anche profuga, migrante, in fuga da quello stesso Zeus e costretta a subire ogni violenza dal suo divino aguzzino; e poi madre, perché alla fine il re degli dei riesce a concupirla e da lei nascerà la stirpe che renderà grande Creta (quella di Minosse, ça va sans dire); e infine, a summa e suggello di tutto il discorso, figura che viene da Oriente, dalla libanese Tiro. Europa, Madre che viene da Est. E già solo questo servirebbe a spazzare via tutti gli atlantismi, i filoamericanismi, gli scimmiottamenti del costume a stelle e strisce in salsa italica e non solo che da anni, e a maggior ragione oggi, vediamo scivolarci addosso come una paurosa abitudine. L’Europa, quest’Europa, ha voltato le spalle a se stessa, facendosi dettare l’agenda e il destino da altri attori che con essa nulla hanno a che vedere: a livello culturale, antropologico, geostorico, prima ancora che politico. Basterebbe questo, e Paolo Rumiz lo ha detto, con trasparenza saggia e con un velo di inquietata rassegnazione.

A elencare tutte le suggestioni che Rumiz ha lasciato non basterebbe né un articolo, né un blog intero. Di sicuro, una delle tante lezioni è la seguente: è inutile, del tutto inutile cercare a tutti i costi di accaparrarsi la novità, l’innovazione, il cambiamento materiale; il futuro non è una meteora che si conquista rompendo i ponti col passato perché è vero, molto più vero il contrario, ossia che per andare avanti occorre guardarsi indietro sempre, risalire le sorgenti della propria storia e della propria geografia per riscoprirsi parte di un unico filo infinito che è quello dell’umanità passata nella gigantesca cruna degli anni, dei secoli, dei millenni.

Alla fine si è intrattenuto a parlare con noi: ha risposto a un mio intervento sui Balcani e ad altri, ha scansato via la definizione di geopolitologo che tanti gli vanno propinando e ha espresso, con semplicità e chiarezza, con empatia ma anche a volte con sofferta preoccupazione, la sua opinione sull’Europa di ieri e su quella di oggi così gravemente malata e accecata dalla guerra.

Al momento del firmacopie, davanti al mio plico di cui sopra, ne ha preso uno, l’ultimo che ho letto, Trans Europa Express, e mentre confabulavamo di Sarajevo mi ha fatto una dedica incancellabile che tatuerò per sempre in fondo alla mia coscienza: non una semplice frase, ma una sorta di fumetto preparato lì per lì, in un silenzio pregno di sapidità, di gusto artigianale per la penna e per l’immaginazione, che ho avuto la fortuna di assaggiare: Buon Vento, Alessandro!
Ed è quel Vento che spira dai suoi libri e che sto provando ad apprendere, come un lettore piccolo piccolo seduto sulle spalle del Nomade Gigante.

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