Se questa è Europa: un filo spinato contro ogni dignità

Muro Ungheria

Non è un’emergenza, e neppure una catastrofe. È un esodo – consideratelo pure di proporzioni bibliche, come ce ne sono stati tanti nella storia dell’umanità (perché la storia dell’umanità è, volenti o nolenti, una storia di migrazioni), ma è un fenomeno che non si spegnerà fra pochi giorni: e come risponde qualcuno in Europa? Con muri, filo spinato e soliti rinvii politici: cFeatured imageon la politica insomma della mano che lava l’altra.

Ha cominciato l’Ungheria, che in modo becero e insolente continua a trasgredire i principi morali di accoglienza e integrazione per cui l’Europa – e il mondo occidentale – si sono sempre distinti almeno a parole; la Croazia e la Serbia si stanno man mano attrezzando, perché sanno che non potranno accogliere tutte le centinaia di migliaia di profughi in arrivo e quindi cercano di smaltirli in fretta con realistico, e velocissimo, savoir-faire (e pensez-vous); i paesi germanofoni, dopo l’iniziale titubanza, hanno cominciato seppur con regole e leggi tutte loro a far entrare questa fiumana indistinta di profughi disperati che attraversano tre, quattro, cinque, sei Stati diversi prima di potersi dichiarare finalmente lontani dai fumi e dal puzzo della guerra che ha distrutto tutto quello che avevano.Featured image

Austria e Germania però, insieme alla fida Francia, hanno comunque procrastinato la decisione, invocando riunioni su riunioni dei principali soggetti politici europei per stabilire una linea comune. Che chissà quando arriverà.

Nel frattempo, come detto, l’Ungheria si sta isolando da tutti, (chiuso il valico di Roszke con la Serbia, in attesa di chiusura quello di Tovarnik con la Croazia) cFeatured imagehiudendosi in un’irrealistica e francamente deleteria spirale del muro contro muro che certo non può portarle niente di buono né a livello di immagine né a livello di sostanza politica (tranne che nei sondaggi del premier Orban). L’Ungheria struzzo d’Europa: invece di risolvere i problemi, mette la testa sottoterra – o fra il filo spinato, fate vobis…

Nessuno qui vuole dare le pagelle ai singoli Paesi europei sul modo in cui ognuno di essi sta trattando operativamente la questione. Ma di sicuro quel filo spinato ai confini ungheresi non è un bel segnale; non può essere un bel segnale, nel breve e nel lungo periodo.

Quel filo spinato testimonia non solo la testardaggine nazionalistica di un premier magiaro che con manie di grandezza sta mettendo in ambasce il resto d’Europa, Featured imagema è anche il segno di un atteggiamento sempre meno strisciante e sempre più emergente nell’opinione pubblica del continente.

Viste le elezioni nazionali che negli ultimi anni hanno visto in tutte le parti del Continente l’avanzata delle destre nazionalistiche, euroscettiche in materia economico-finanziaria e decisamente xenofobe sul piano socio-culturale (da UKIP nel Regno Unito a Jobbik in Ungheria, dal Front National in Francia alla Lega Nord da noi, anche se sulla “nuova identità tutta italiana” del Carroccio si potrebbero aprire parentesi interminabili…), c’è da preoccuparsi nell’immaginare – o nel sentire – quali possano essere gli attuali allarmi tra la “ggente” europea.

Prendendo il tutto dalla nostra solita concava, spesso malfidata ma inevitabile prospettiva di cittadini italiani (viviamo in Italia, questo è il nostro raggio d’azione e con la quotidianità italica abbiamo a che fare tutti i giorni…) la situazione pare al momento divisa in due fazioni, più o meno agguerrite.

Da una parte c’è quella del «poveracci» che col pietismo finisce magari inavvertitamente per alimentare la politica dell’aFeatured imageccoglienza tout court che a Lampedusa e dintorni ha fatto lievitare i fondi a disposizione delle organizzazioni umanitarie che gestiscono le emergenze migratorie (con tutto il viavai di soldi generato dagli infami e segreganti CPT, fino ai mastondotici casi del CARA di Mineo e dello scandalo di Roma Capitale: roba da far tremare i polsi, e per ora tutta insabbiata per paura di ripercussioni a livello di governo).

Dall’altra c’è quella, del tutto inavvertita e anzi becera e stomachevole dell’«Italia agli italiani» che si comincia a risentire nei bar e nelle strade di questo provincialistico, arrabattato Paese del Sud Europa, e che emerge con il puzzo squagliante di un rogo fascista e la malinconia suggestiva delle camicie nere e dei bei tempi andati, quando tutto filava liscio e andavamo in Etiopia ad ammazzarli, gli africani, coi gas nervini scaricati a tonnellate in una guerra sporca che però doveva risollevare le vestigia dell’Impero Romano, e che quindi poteva tollerare qualsiasi strumento in grado di concluderla in gloria.

E quindi, si dirà, il problema dell’Italia ora sono i negri, tutta questa massa di profughi che «i terroristi arrivano sui barconi» – a che livello può giungere il panico schizofrenico manipolato dai media… -, che «che viene a fare da noi? Non abbiamo lavoro per noi, ce lo vengono a rubare», i soliti patemi alimentati dalla retorica populista che nasce dallo stomaco di un popolo, che monta dai gangli di un esofago popolare che rumoreggia perché colpito a fame da una classe politica incapace, ladrona e arrogante e che agisce d’istinto, senza ragionare, prendendosela col primo che capita, con il “diverso” su cui sputare i suoi più neri umori, il suo risentimento odioso e sviscerato contro la propria impotenza di popolo che non sa organizzarsi in lotta, che non sa sovvertire il proprio destino e continua mieloso a evadere le regole (evaderle tutte) per poi dare la colpa al primo che capita.

A questo si è ridotta la popolazione italiana: nel credere alle fandonie dalle orecchie larghe e dalle gambe lunghe di certi millantatori che, per racimolare qualche spicciolo o qualche voto, urlano «al lupo, al lupo» col volto mascherato da serpente.Featured image

Una cosa resta certa: qualche settimana fa, prima che si accendessero i riflettori sulla nuova rotta migratoria che sta transitando nei Balcani – sempre i Balcani, sempre loro: punto focale della nostra Europa, la cui storia è passata sempre, sempre da quelle parti... – Matteo Salvini (e lui è solo la punta di questo iceberg, il suo rappresentante più esemplare, tante sono le persone che la pensano come lui o che addirittura a lui si ispirano) è riuscito finalmente a dichiarare: «Non possiamo accoglierli tutti, accettiamo i richiedenti asilo ma non gli altri». È un segnale confortante, nella sua drammaticità: perché a dirlo è uno che fino all’altro giorno incitava alla guerra sociale contro «gli invasori, musulmani, stupratori» e quant’altro. Salvini, forse, ha cambiato tattica, o più probabilmente si è reso conto che l’immigrazione in atto dal Nord Africa, dal Medioriente, dall’Iraq e dal Pakistan non finirà né domattina, né domenica, né fra una settimana. L’immigrazione davanti alla quale siamo è destinata a durare anni. Perciò tocca organizzarsi, subito e bene, a gestirla accuratamente e a fare di tutto per non trasformarla in una polveriera sociale dove a rimetterci siano i cittadini (italiani e stranieri e nuovi venuti) oltreché il buon senso e l’umanità.

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