Un altro giro di boa

Cos’ho fatto oggi?
Incassato gli auguri come soldi
allo sportello postale degli anni;
Caricato lo zaino, le penne, il bordone
Per correre ancora fra i campi;
Steso un’altra lavatrice di panni
Al sole e al vento di altre tempeste.
Ricordato che chi solo sembra
Dentro si porta l’amore mai perduto
Di chi lontano ti aspetta,
Ti chiede, ti cerca:
E meno solo ti fa sentire.

 

 

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Lettera a una prof censurata: grazie, Rosa Maria!

Cara Rosa Maria,

sono un insegnante, come te; per di più di Italiano, proprio come te. A separarci è non solo la provenienza geografica (sono di Ceccano, provincia di Frosinone) e gli anni di carriera (appena quattro), perciò questa mia lettera potrà sembrarti ingenua o forse arrogante. Ma se ti scrivo è perché non riesco a trovare altro modo per esprimerti la mia sincera vicinanza e solidarietà in un momento così desolante e svilente per il tuo essere insegnante.
Se ti scrivo è perché in te vedo l’ingiusta vittima di un sistema, politico-culturale, che in maniera tentacolare sta prendendo possesso dei settori-chiave dello Stato e lo sta trasformando in senso distopico, antidemocratico e autoritario.
Se ti scrivo è perché, con il tuo nobile esempio disinteressato, hai dato prova di essere deontologicamente ineccepibile.
Se ti scrivo è per sottolineare, qualora ce ne sia bisogno, il coraggio civile che hai dimostrato con il lavoro fatto dai tuoi ragazzi: lavoro che non hai contrastato, perché un vero insegnante non vieta a prescindere ma casomai discute.


Perciò ti lascio una serie di riflessioni che ti riguardano: spero non te la prenderai per qualche cosa; sono riflessioni disarmate e cariche di pensieri funesti per i tempi che verranno, è vero. Ma mi permetto di dirti una cosa: senza saperlo, inavvertitamente, avrai sì creato un precedente legale buono per tutti i detrattori, ma sei soprattutto diventata la leader morale di un’intera generazione di docenti. Che d’ora in avanti si ricorderanno della tua storia non come monito, ma come esempio per auto-spronarsi a dare di più. I tempi che ci aspettano saranno difficili, ma non temere: con te nella mente di ognuno di noi tutto sarà meno difficile.

Diciamocelo francamente: la sospensione di Rosa Maria Dell’Aria è un vile attentato all’essenza più vera della scuola pubblica italiana. Un vile attentato: non trovo parole migliori per definire il provvedimento che le è piovuto sulla testa, perpetrato sfruttando i meccanismi della delegittimazione spicciola, fatto in modo tale da non far capire a nessuno il motivo di cotanto accanimento.

LA CENSURA A SCUOLA. «Omessa vigilanza» su due slides: questa sarebbe, la tremenda colpa della collega che avrebbe dovuto monitorare e rimuovere una parte della presentazione dei suoi alunni 14enni. Bene, attendiamo con ansia di leggere anche i metodi che avrebbe dovuto seguire la collega di italiano per arginare l’abominio intellettuale dei suoi studenti: un pogrom? bastonate sui denti? olio di ricino e manganello? deportazione in gulag?
Oppure no?!? in effetti è vero: la censura taglia, malmena, proibisce, ma non suggerisce i metodi alternativi. La censura non educa: la censura vieta semplicemente, e ciecamente. E dato che il divieto ha colpito a Palermo la libertà di pensiero e lo spirito critico, il ritorno di questa censura pseudo-ministeriale evoca davvero i passaggi più nefasti di una storia italiana che sembrava tramontata, e invece sta tornando in auge.

A causa stavolta, e si badi bene, non di un gruppo di facinorosi di nuova destra, ma di un Ufficio Scolastico Regionale: costola periferica del MIUR, non una confraternita del cucito o un’associazione della pasta all’uovo. Ufficio – periferico – del – Ministero! l’ente da cui dipende la gestione della formazione di milioni di studenti italiani, coadiuvati dalle migliaia e migliaia di insegnanti che ogni giorno, onestamente, fanno il loro lavoro con dedizione e sacrificio. Ente tra le cui funzioni (vd. art. 7, comma 3, del d.P.R. 260/2007) non compare la verifica delle attività didattiche svolte da un docente. Insomma, un narcotrafficante colombiano avrebbe ricevuto senz’altro un trattamento migliore…

IL LAVORO IN MERITO. Andiamo nel merito: l’accostamento fra le leggi razziali di Mussolini e il decreto sicurezza di Salvini può far inorridire qualcuno, ma è legittimo, specie se fatto da un gruppo di adolescenti al loro primo anno di scuola superiore, all’inizio del loro percorso formativo che li trasformerà in cittadini consapevoli.

Gli studenti della professoressa Dell’Aria sono giunti a quelle conclusioni con un lavoro frutto di «un’elaborazione di letture fatte durante il periodo estivo», come lei stessa ha ammesso in un’intervista al Fatto Quotidiano https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/17/palermo-insegnante-sospesa-si-difende-m5s-depositata-interrogazione-alla-lega-piacciono-cittadini-indottrinati/5186102/. Quindi, nessuna sparata sentimentalista; nessuna deviazione coatta dall’interpretazione della storia. Niente di tutto ciò: solo lettura, studio e rielaborazione, che sono le basi imprescindibili dell’insegnare e dell’apprendere.

Quest’accostamento viene, per di più, da un’operazione fatta a specchio: i ragazzi infatti non si servono serviti né di chiacchiere da bar né  di post su Facebook o scandalosi tweet;  la fonte che hanno usato è nientepopodimeno che Il Corriere della Sera, giornale fondato il 5 marzo 1876. 143 anni fa: quando l’Italia unita era stata appena fatta; non come adesso che in giro il Paese si sentono ventate reazionarie e divisive. Corriere della Sera, si diceva: fonte più che autorevole. E, nello studio della storia, le fonti sono fondamentali. A questo punto, da oggi almeno, che insegnare a usare e apprendere da fonti autorevoli diventi reato, per tutti, docenti e studenti! Invocazione massima, nettezza minima! Via il libero pensiero a scuola, non sta bene.

CHE M(ET)ODO DI DENUNCIA È? La denuncia ha due crismi: è stata fatta da un giornalista di destra ed è arrivata al ministro Bussetti via social. Manca ufficialmente il terzo anello della catena, ma è facile da ricostruire secondo l’evidenza dei fatti: il ministro ha avvisato Palermo di controllare, e il dado è stato tratto. Non vi sembra però che ci sia più di qualche stortura?

La denuncia via social… fatta per di più da un giornalista di destra (a sinistra trovate il post relativo)… Il fatto che Claudio Perconte, il denunciatore, sia di destra lo si evince bene da una foto che lo ritrae in compagnia di Simone Di Stefano, capo politico di Casa Pound Italia. 2+2 = (stavolta) 5, per una situazione grottesca a metà fra Bradbury e Kafka, con una spruzzatina di Koestler.

 

SCENARI FUTURI: PARTE IL TOTO-SOSPENSIONI. Ora della polemica se ne approprierà di nuovo la sinistra, col solito melenso teatrino perbenista. Ma chi ha davvero il diritto di lamentarsi di questo scempio siamo noi insegnanti, che la scuola la facciamo ogni giorno. Politicamente: perché la scuola è prima di tutto politica, e politica non vuol dire parteggiare per questo o per quello, o opporci a questo o a quello: politica a scuola vuol dire insegnare a pensare.

Il prossimo passo, allora, quale sarà? Si profila già il toto-sospensioni: cade un pezzo di intonaco sulla testa di un alunno? «omessa sicurezza»; uno studente si brucia con un mozzicone di sigaretta che lui stesso stava preparando? «omessa incolumità»; un altro si sloga il polso mentre lancia un banco addosso all’insegnante? «omesso soccorso». Attendiamo trepidanti il lancio del nuovo catalogo per le sospensioni dei docenti scomodi: ci aspettano tempi difficili, signori; il bavaglio è nell’angolo, la ghigliottina che tronca la coscienza è nell’aria; il nostro lavoro – e i nostri ragazzi – sono in pericolo.

 

 

Fascisti al Salone? INgiusto epurarli; tanto, poi…

Alla fine l’antifascismo ha avuto la sua preda: Altaforte è stata esclusa dal Salone del Libro edizione 2019. Una vittoria? Forse formalmente lo è, ma nella sostanza… Il rischio classico, quando si ha a che fare con il fascismo, è che la polvere venga cacciata a pedate fuori dalla porta e rientri con un refolo di vento (o di tempesta?) dalla finestra. Siamo dunque sicuri che escludere l’ormai arcinota casa editrice di Casa Pound Italia sia stata la cosa giusta? Sette punti per riflettere

  1. Se in Italia la Legge Scelba del 1952 fosse stata approvata sin dall’inizio, probabilmente il fascismo sarebbe stato estirpato già da un po’, e invece non se ne vede la fine. Se prevenire è meglio che curare, perché il medico non interviene mai e lascia che l’infezione vaghi per il corpo, pronta a colpirlo da un momento all’altro?
  2. Reazione giusta, ma tempi sbagliatissimi. Possibile che in questo Paese si soffra sempre della sindrome del giorno dopo? Che ci si accorga della magagna quando si è già compiuta? Solo da due settimane scarse dall’inaugurazione del Salone, toh, viene fuori che dentro c’è uno stand affittato da una piccola casa editrice di estrazione fascista. E subito titoloni, interviste, niet, autoesclusioni, proteste, proclami: il solito carrozzone mediatico che mette in mostra le contraddizioni di un sistema politico e sociale. Non si poteva, eventualmente, far partire prima la discussione?
  3. Escludere Altaforte presterà il fianco alla bellicosità dei suoi lettori e dei sostenitori di estrema destra: il rischio è che i fascisti vadano in giro, come già il Polacchi sta facendo, dicendo che il “peggior male dell’Italia è l’antifascismo”, che non consente di parlare alle voci dissenzienti. Camerati con la bua sul posteriore: e ora, chi li ascolterà più? D’altronde, l’autoreferenzialità può essere pericolosa: fa nascere rancori che prima o poi esplodono, e in questo momento di esplosioni d’odio quest’Italia non ha proprio bisogno.
  4. Da sempre il SalTo è un posto plurale. Quando ci sono andato due anni fa ricordo di aver visto, troneggiare in posizione defilata ma pomposo per la ricchezza dell’arredamento, lo stand nientepopodimeno che della Gran Loggia d’Italia. Massoneria, insomma: che di certo in Italia non equivale a reato, come invece il fascismo con tutte le sue apologie. Nelle passate edizioni, come ha sostenuto oggi lo stesso direttore Nicola Lagioia a Fahrenheit su Radio3, a Torino si sono sempre visti spazi legati alla cosiddetta cultura di testa: etichette sediziose che parlavano di purezza della razza e promuovevano libri nostalgici che parlavano di quando c’era LVI. Non si può esercitare la libertà di pensiero uccidendo la libertà di pensiero.
  5. La censura sulla censura non premia. Rispondere con la censura a un gruppo di “tendenziali facinorosi” che si ispira a un modello politico che della censura aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia è, ontologicamente e intellettualmente, proditorio: trasforma di fatto l’antifascismo, che è la bandiera più nobile dell’Italia repubblicana, in un “fascismo mascherato” sotto l’egida della democrazia e della libertà. Altro argomento, questo, che a destra qualcuno sta già rinfacciando ai numi tutelari della cosiddetta cultura radical-chic: il lettore indovini di chi sto parlando…
  6. Capisco l’enorme indignazione sollevata dalla presenza di CPI a Torino, in un’edizione che fra le altre cose intende ricordare la figura di Primo Levi nel centenario della sua nascita. A ricordare l’abominio di Auschwitz ci sarà anche, fra gli altri, Halina Birenbaum, che sul caso Altaforte ha detto: «Non avrei mai potuto trovarmi nello stesso spazio di chi diffonde un’ideologia che ha prodotto solo sofferenza e morte». E ne ha, assolutamente, tutte le ragioni. Un agnello non può vivere tranquillo sapendo che, non lontano da lui, c’è un lupacchiotto che si allena per poterlo un giorno sbranare. Però…
  7. Però continuo a pensare che Altaforte doveva rimanere per un solo, semplice motivo: il confronto. Se si fosse offerto al pubblico un vero confronto, letterario e storico, fra l’editore di CPI e le altre case editrici del SalTo sui temi dell’Olocausto, della Resistenza, della lotta al nazifascismo, molto probabilmente la sentenza sarebbe stata evidente agli occhi di tutti: il re sarebbe stato presto denudato, con l’evidenza dei fatti, delle testimonianze, delle ricostruzioni storiche. Un branco di punti neri, kameraten nostalgici che si bea della nostalgia dei tempi andati rimarrà sempre, sempre minoritario se intorno avrà una pulsante, viva, immarcescibile, convinta e consapevole, democrazia delle idee. La stessa che a Torino da anni si riunisce e che, a suon di discorsi e non con un esposto in Procura, poteva tranquillamente ricacciare indietro l’onda nera passatista di Casa Pound al SalTo 2019.

La guerra dietro casa nostra: “Maschere per un massacro” di Paolo Rumiz

“Polveriera d’Europa”: nel nostro immaginario i Balcani si stagliano in fondo alla storia con quest’epiteto sibillino e minaccioso, figlio di un secolo di guerre, odi viscerali, convivenze tagliate dall’interesse di pochi e dal bene placet di un continente intero.

PREMESSA. Mai probabilmente come nel quinquennio 1991-1995 i Balcani hanno manifestato il loro carico d’odio che un’Europa intera non è mai riuscita a sopire veramente forse per propria indole: nonostante il passaggio di due guerre mondiali, è stato proprio in quella “zona grigia” dello scacchiere continentale che si è consumato uno dei conflitti civili più sanguinosi del Novecento. Conseguenza e causa di spinte sotterranee esplose con la morte del “grande padre” jugoslavo Tito ma velate da dosi massicce di truffe e semplificazioni.

Maschere per un massacro è proprio un viaggio all’interno di questa gigantesca mistificazione europea: sulla Bosnia, nucleo centrale di un conflitto che per anni ha visto spietatamente contro bosgnacchi musulmani, croati cattolici e serbi ortodossi, «la nostra difficoltà a capirla nasce proprio dalle resistenze dell’Europa a discutere su se stessa e a fare i conti con la propria storia. Noi rimuoviamo la Bosnia anche per la paura di doverci guardare in essa come in uno specchio» (p. 57).

Di Rumiz avevo già letto gli affascinanti La leggenda dei monti naviganti, un picaresco viaggio in saliscendi sulle montagne italiane, e Annibale, rincorsa mediterranea sulle orme del grande condottiero di Cartagine che tanti grattacapi diede alla rivale Roma. L’impianto di questo libro è, invece, diverso: libro di viaggio, d’accordo, ma infarcito anche di testimonianze dirette (Rumiz ha seguito sul campo la guerra nell’ex Jugoslavia) e di riflessioni geopolitiche affilate come bisturi.

UNA GUERRA CREATA A TAVOLINO. Il mantra che sfila lungo tutte le pagine del libro fa rima con ‘manipolazione’. Rumiz infatti svela che, fra tutti i personaggi in gara, il gioco della guerra è stato sapientemente costruito a tavolino da governanti astuti e spregiudicati: «quella a cui assistiamo a Belgrado dalla fine degli anni Ottanta è qualcosa di tremendamente moderno e complesso: non serve a depistare l’avversario, ma a costruire la guerra nella mente della gente, a gonfiare un antagonismo che non c’è o è solo latente, ad attirare gli uni e gli altri nella trappola dello scontro» (p. 70).

Il seme dell’odio, dunque, è stato sparso per forza da qualcuno, nei Balcani della fine delXX secolo. Due eventi sono fondamentali, nel discorso di Rumiz. Dapprima il memorandum SANU del 1986, l’atto di nascita del revanscismo serbo, dell’emersione del popolo celeste guida di tutta la Jugoslavia; poi il 600esimo anniversario della battaglia della Piana dei Merli (Kosovo Polje), col discorso sibillino di Slobodan Milosevic, l’uomo venuto dal Montenegro che diventa nuovo Lazar dei serbi. Parte da questi due atti folli «uno stato collettivo di xenofobia paranoide, quasi una sindrome ipnotica di autismo nazionale, di distacco dalla realtà» (p. 83). Una guerra che mescola elementi anticroati, tirando fuori dall’armadio gli scheletri della vendetta sugli ustascia filonazisti, con elementi più pericolosi, di matrice culturale:

«in montagna permane un feroce antagonismo culturale con le genti della costa e della pianura, più ricche e urbanizzate. Questa orgogliosa diversità – unita a un forte spirito di autogoverno – viene coltivata soprattutto nelle lunghe valli chiuse delle Alpi dinariche, addossate alla dorsale che fu il limes tra Austria-Ungheria e impero ottomano» (p. 86)

CHI SOFFIA SUL FUOCO? A scatenare le indoli più violente il Partito comunista “sceglie” due menti fine, due sapienti dottori: Jovan Raskovic diventa capo dei serbi di Croazia (Repubblica delle Krajine, con capitale Knin), Radovan Karadzic dei serbi di Bosnia (Republika Srpska, con capitale iniziale a Pale, alle porte di Sarajevo). Professione psichiatri. Su Karadzic in particolare il giornalista triestino fornisce un ritratto implacabile: «il capo dei serbi geneticamente puri di Bosnia dunque non è né puro né serbo. Come Milosevic, e come molti dei protagonisti di questa guerra, anche lui è del Montenegro». Uno straniero in una patria adottiva, insomma; uno le cui «fandonie da fiera si sono rivelate perfette per i semplici abitanti delle montagne» (p. 148). E che per giunta ha fatto tanta carriera, come gli altri sodali di questa strana storia balcanica.

SEMINATORI DI ZIZZANIA. Rumiz denuda i re dei Balcani nelle pagine centrali di questo reportage lucidissimo e terso, senza fronzoli sentimentali ma capace di arrivare dritto al punto prendendo a sberle ogni perbenismo:

«La giustificazione degli orrori con l’odio raggiunge in contemporanea una serie di scopi fondamentali. Innanzitutto fa credere all’irrazionalità di uno scontro i cui scopi (economici) e i cui metodi (di manipolazione) sono invece assolutamente razionali, e dove le responsabilità di vertice sono del tutto trasparenti; in secondo luogo fornisce la base teorica all’impossibilità della convivenza e dunque all’inevitabilità della pulizia etnica; in terzo luogo soddisfa in pieno il bisogno di spiegazioni banali da parte di un’opinione pubblica internazionale smarrita nella complessità balcanica nei vischiosi e tranquillizzanti luoghi comuni che i mass media alimentano in materia. Ma la teoria del tribalismo raggiunge altri obiettivi importanti: facendo passare l’aggressione per una guerra civile tra fazioni, nella quale le colpe sono diffuse, essa soddisfa il desiderio della politica mondiale di lavarsi le mani di fronte al conflitto; deresponsabilizza moralmente i protagonisti stessi dei massacri, che nel migliore dei casi si sentono parte di una più vasta e biblica dannazione collettiva; consente alle vittime di vivere gli eventi non come un fatto umano legato a precise responsabilità, ma come una calamità naturale – un terremoto o un’eruzione vulcanica – alla quale è inutile e persino demenziale opporsi; ha il vantaggio di essere dimostrabile a posteriori, quando l’odio effettivamente sgorga dalle pulizie etniche. p. 88-89

DA VUKOVAR… Il resto è una storia tremenda. Inizia da Vukovar, la Stalingrado croata, «la prima città europea distrutta dopo il 1945». Nel ginepraio degli enigmi di Vukovar Rumiz scopre che i macellai sono stati i doŝljaci, gli immigrati più poveri giunti dalla Bosnia e dalla Serbia e maggiormente attaccati all’etnia, capitanati da Željko Ražnatović, detto Arkan, e dalle sue famigerate Tigri, macellai e predoni di prima categoria che spargono pulizie etniche e bugie per convincere i civili a sloggiare e depredare le case vuote. Furti chirurgici nel ventre dei Balcani: «In città non è stato l’esercito a compiere i massacri nel corpo a corpo finale, ma una bassa forza primitiva di volontari, portatori di odi tribali, etnici e di classe, gente di cui persino le reclute e i sottufficiali regolari hanno paura, criminali paranoidi dall’aggressività esasperata» (p. 116).

A SARAJEVO… Poi c’è Sarajevo capitale di Bosnia protagonista dell’assedio più lungo del secondo Novecento. 4 anni di battaglie piovute dall’alto, visto che il centro della città è sul fondovalle e da lì inizia l’assedio,«che vede sempre gli aggressori in alto, gente di montagna sparsa nei boschi con un surplus di cannoni, e gli assediati in basso, in una conca, gente di città che tenta con poche armi disperate sortite, tutte in salita» (p. 127). In questo strano assedio però c’è tutta la straordinaria forza di Sarajevo, che Rumiz ha riconosciuto alla città in pagine che sembrano un manifesto di “sprezzante eroismo”:

«inerme, indifesa, circondata di montagne e costruita in basso quasi per essere assediata, ecco che Sarajevo scopre alla fine proprio in questo fattore “claustrofobico” la sua segreta arma di difesa. Ciò che la umilia di fronte a qualsiasi cecchino e mortaista ubriaco sui monti è proprio ciò che la salva: l’essere città, l’essere di fondovalle. (…) » p. 132

BRUCIANO LIBRI. Una tendenziale normalità di guerra spazzata via dagli spari dei cecchini e dagli incendi ordinati.  Fra tutti, quello alle biblioteche: «di tutte le distruzioni perpetrate a Sarajevo, le più insensate sono state quelle ai danni delle tante biblioteche. Ma di queste la più folle, la più carica di sinistra forza metafisica fu il bombardamento della biblioteca nazionale, un magnifico edificio moresco del diciannovesimo secolo, andato in fumo in trenta ore con le sue centinaia di migliaia di volumi. Quella notte, il rogo si vide a chilometri di distanza, i sarajevesi non dormirono» (p. 141). Una distruzione operata coscientemente, con evidenti motivazioni culturali: bisognava distruggere il cuore pulsante della cultura sarajevese, i volumi in cui «stava scritto che proprio gli ortodossi vissero bene sotto l’Islam, ebbero in Costantinopoli la loro capitale religiosa esattamente come i turchi, e spesso si convertirono spontaneamente. Tutto questo doveva sparire, essere cancellato. Distrutto con una grande fuoco purificatore» p. 142
Così come, qualche tempo dopo, gli “pseudoalleati” croati faranno saltare in aria il simbolo intero di una guerra assurda: il ponte di Mostar. 

LA TANGENTOPOLI OLTRE L’ADRIATICO. Damnatio memoriae ante litteram, per farla breve. Rumiz giunge ad alcune spiazzanti ma lucide conclusioni.

«La guerra dei Balcani, semplicemente, non è mai stata una guerra. Come può essere tale un conflitto in cui le biblioteche sono scelte come obiettivi e in cui si distruggono prima le case dei ricchi? Che cos’è questa “guerra di religione” in cui i croati vendono sottobanco carburante ai nemici serbi affinché questi muovano i panzer contro i loro alleati musulmani, e in cui i serbi affittano a ore i loro carri armati ai nemici croati o vendono viveri alle stesse enclave che assediano? p. 163

CONCLUSIONI. La rete a strascico delle domande lascia inquietudini difficili da digerire. La guerra nei Balcani, di cui il conflitto in Croazia e in Bosnia è stata solo la punta dell’iceberg, ha avuto motivazioni solo in seconda battuta razziali o etnico-nazionalistiche: dapprima, c’è stato ben altro. E nell’amara conclusione di Rumiz c’è tutta l’impotenza delle potenze straniere, incapaci di leggere il conflitto e di porvi serio rimedio, come gli accordi di Dayton dimostrano: «È davvero curioso che le potenze mondiali, per quattro anni inutilmente curve sul rompicapo dei Balcani, si siano arrese (con in testa la più multietnica delle nazioni, gli Stati Uniti) all’inevitabilità di una divisione della Bosnia, (…) riconoscimento della separazione preventiva come indispensabile per bloccare lo scatenarsi di odi tribali inevitabili altro non è che l’assunto iniziale della propaganda nazional-comunista. L’idea della Bosnia come “entità demoniaca” alla fine ha trionfato sull’evidenza dei fatti. E, soprattutto, sulla nostra imbecillità. p. 199

Come a dire che la politica perpetua i suoi errori dentro la storia, e che noi occidentali non siamo immuni da colpe.

25 aprile: una Liberazione in doppia faccia

Si sa? Ognuno ha il “suo” 25 aprile. Fra massimalisti nostalgici e sciocchi detrattori, il Paese va sempre più lacerandosi su un tema che, fino a ieri, pareva collante sociale.

La sinistra festeggia ricordando i tempi andati, gettando palate di eroismo per riconquistare un’unità perduta da anni (o forse mai avuta). Per fortuna che c’è ancora l’ANPI, dice qualcuno: di sicuro si sa che anche fra i partigiani ci sono stati criminali che, dal ’43 in poi, ne hanno combinate di cotte e di crude per vendicare rospi e cucchiaiate di olio di ricino ingurgitati a forza nella “notte del ventennio”.
Si sa che la Storia, spesso, la scrive chi la vince: ecco perché la propaganda di sinistra resiste ancora, e andrebbe mitigata ricordando tutta, tutta la Resistenza. Ricordando anche, se non soprattutto, che prima che essere comunisti, socialisti, democratici cristiani, liberali, chi ha combattuto per liberare l’Italia è stato ontologicamente, midollarmente, antifascista e antinazista. Anche se questo ha significato l’ignobile vergogna del cadavere di Mussolini a testa in giù: fatto questo di cui tutti dovremmo provare orrore (e la chiudo qui).

Anche a destra però c’è chi il 25 aprile lo evoca a modo suo. 

Quella destra che – stomachevolmente e squallidamente come suo solito – continua il suo revisionismo missino, forte del suo revanscismo in camicia nera e dei lugubri malinconici figuri che ieri hanno ricordato a modo loro piazzale Loreto col consueto vocabolario dell’onore e del non tradimento e scatenando l’ira – perbenista e perciò vuota – dei cosiddetti radical chic. 
E che, alla sua testa, ha un novello capitano del popolo che, invece di presiedere a qualche cerimonia di commemorazione, ha veduto bene di iniziare oggi – sì, proprio oggi – la lotta alla mafia, recandosi in Sicilia per mandare un ‘segnale forte’ al suo elettorato sempre pronto a osannarlo a scatola chiusa.

Nel mezzo, come al solito, c’è la Storia: quella che non si studia più, che va scomparendo dal dialogo pubblico, fagocitato da un eterno presente fatto di numeri, crisi di governo, discorsi impolverati e #incartapecora dei signori della retorica, dei peana in bandiera rossa e degli ululati dei camerati de borgata. La Storia che «nessuno si senta escluso», la Storia che ci dovrebbe insegnare, in questo caso, una cosa: che
«come movimento antifascista, come rivoluzione democratica, come movimento patriottico, dobbiamo riconoscere che la Resistenza ha vinto. Questa è storia, la nostra storia, piaccia o non piaccia. Chi rifiuta la Resistenza, rifiuta questa storia: si mette fuori dall’Italia vivente, invoca un’Italia di fantasmi o peggio di spettri».

Norberto Bobbio

Un’agricoltura dei ricordi: studenti, due anni dopo

Ricapitare in Piemonte, per chi come me ha avuto la fortuna di iniziare l’avventura in cattedra 4 anni fa, è sempre un fremito nella memoria. Lo è ancora di più rincontrare alcune mie ex alunne di due anni fa: ora cresciute, ma sempre sane, pulite, vogliose di conoscere e studiare come ricordo.

Mantenere i contatti per due anni, in mezzo al turbinio delle distanze e degli impegni reciproci, è qualcosa che riempie di un sottile strato vanesio l’orgoglio di essere insegnanti.

E sentire, direttamente da loro, spontaneamente e senza filtri, i dolci richiami a una stagione per loro memorabile; ascoltare dai loro occhi il grido: “prof, ci manca” ; “prof, torni da noi”; “torni al Saluzzo, la aspettiamo” non mi ha fatto piacere, no: mi ha semplicemente, si fa per dire, ridato la carica per ripartire col lavoro. 

Dato, insomma, la percezione che seminare bene anche nel mondo della scuola, ogni tanto, paga ancora. Crea stime che resistono agli urti del tempo; costruisce affetti che passano inosservati agli altri ma che fanno diventare più ricchi; accumula patrimoni di umanità che altrove va bruciando.

Fare scuola equivale davvero a coltivare le menti: e, per fortuna, dà ancora i suoi frutti se, dopo due anni, il ricordo del proprio passaggio è tutto in quei frutti che vanno maturando. Fare scuola è plasmare la vita di chi ti capita avanti. 

Helsinki, Finlandia: viaggio a un altro mondo

Ogni viaggio lascia percezioni, e le percezioni vanno cristallizzate e non disperse. Un viaggio in Finlandia lascia per di più un misto di ammirazione e di vergogna: lascia estasiati vedere come altrove le cose funzionino, e lascia rabbia per vedere come da noi anche le energie migliori vengano dissipate. Perché? questo è il veloce reportage del mio viaggio finnico, in una meta che mai avrei pensato di raggiungere, visto che la sentivo fuori dai radar dei viaggi ipotetici-immaginari-progettati.

Di sicuro, Helsinki è la capitale moderna (nata nel 1550) di un Paese diverso dal nostro, di una società da tutti definita la più felice del mondo. E se fosse solo una crosta superficiale, che nasconde miasmi di violenza? Difficile da dire: anche sulla Finlandia si affollano luoghi comuni positivi e controtendenze negative. In attesa di una risposta, queste sono le impressioni, elencate, di sette giorni in terra straniera.

  1. La Finlandia è la civiltà del silenzio: in certi momenti, ci sentivamo solamente io e i miei colleghi di lavoro; in mezzo alla strada, sulla banchina del treno, sul tram o anche nella scuola dove abbiamo svolto un seminario internazionale sul tema dell’ammissione alle scuole superiori. I finlandesi autoctoni sembravano quasi catatonici: immersi nel silenzio di latte del loro volto bianco pallido, lo sguardo chiaro perso altrove in chissà quale altro impegno. Quello che impressiona a Helsinki è l’assenza di strepiti, di decibel smisurati, di chiasso caotico: tutto è perfettamente disciplinato anche a livello uditivo; lo stesso traffico regolare di macchine e persone non ha nulla della nostra nevrastenia pecoreccia e mediterranea. E già questo è un elemento di riflessione.
  2. Tutte le strade portano a Pasila – anche se in ritardo. Sfatiamo subito un luogo comune: pure in Finlandia i treni partono in ritardo… Strano, eh? Non ci credete? Eccovi il calcolo: un treno finlandese parte in media con 15” di ritardo… Secondi, non minuti: se-con-di! Se poi avete perso proprio quella corsa, non affannatevi troppo e non maledite la luna nera: 4 minuti dopo ce n’è un altro che parte sempre in quella direzione, passando per Pasila, la Tiburtina o Rogoredo di Finlandia. Tutti i treni nazionali passano da lì: e se devi andare al Business College, come è capitato a noi, stai proprio tranquillo!
  3. Il decoro pubblico è a tratti latitante. Stupiti anche qui, no? E invece: visto che il tasso di immigrazione nel Paese è fra i più alti in Europa, è normale che anche nella civilissima Helsinki ci sia qualche imbecille che non raccoglie la cacca dei propri cani, che sputa e che getta il mozzicone di siga direttamente per terra. Ma una decina di pecore nere – musta lammas, a proposito – non possono sporcare la venerabile reputazione di un popolo eletto al bene comune e al rispetto delle regole.
  4. Incontri al buio del terzo tipo? Macché. A Helsinki i parchi pubblici sono accessibili a tutti, anche la sera tardi. Sebbene dopo le otto non sia proprio il massimo girare per la città – pure a marzo si va spessissimo sotto gli 0° – ho visto ragazzine di quindici, sedici, diciotto anni girare tranquillamente in Hesperian puisto con la massima tranquillità, senza il timore di essere violentate da qualche balordo squilibrato. In Italia invece, nelle grandi città come nelle piccole, a una certa ora scatta il coprifuoco, l’ora dei lucchetti.
  5. Energia pulita? Ni, con moderazione. Ogni condominio in Finlandia ha un rifugio antiatomico. Ce l’ha perché, nonostante quello che si pensi, il Paese dei mille laghi va – ancora – a nucleare. Il 30% dell’energia finlandese è prodotta da reattori atomici, anche se di ultima generazione. Da Usperski Katedral, uno dei monumenti simbolo di Helsinki, abbiamo visto in lontananza la sagoma oblunga di una grandissima centrale a carbone. È vero, si vanno implementando nuove pratiche rinnovabili come solare ed eolico, ma è impossibile pensare che un Paese che cresce e va a mille all’ora non abbia qualche neo sul proprio viso. Nei che presto inizieranno a scomparire: il governo ha approvato la messa a bando del carbone entro il 2029, e c’è da credere che i nostri amici nordici ce la faranno anche prima…
  6. La scuola in Finlandia è un abisso trasparenteFra il nostro sistema e il loro c’è un abisso inenarrabile: dalle strutture ai servizi scolastici, dal comfort degli ambienti di apprendimento all’amministrazione centrale, tutto quello che abbiamo visto al Business College di Helsinki per noi italiani è un sogno a occhi aperti. Banchi triangolari per l’apprendimento cooperativo, spazi pubblici nei corridoi, design organico – stile Alvar Aalto, chiaramente – trasparenza esaustiva anche nelle grandi vetrate che corrono lungo le pareti e che mostrano il lavoro di chi è dentro le aule o dentro gli uffici – accessibili su appuntamento e con salette d’attesa tipo Posta. Certo, per accedere a questo “paradiso dell’istruzione” i finlandesi hanno previsto la perfetta conoscenza della loro lingua come requisito d’accesso, ma questo non è un problema: contemporaneamente
  7. nello stesso edificio ci sono classi con adolescenti e classi con lavoratori in procinto di ottenere la cittadinanza. Punto.
  8. D’altronde, una scuola che al suo interno ha perfino un museo con quattrocento macchine da scrivere provenienti da tutto il mondo, e a fianco un’aula scolastica pre-Novecento, con mobili dell’epoca restaurati, può essere paragonata ai nostri edifici fatiscenti, in cui bene o male abbiamo una fotocopiatrice con toner regolarmente esaurito da poter utilizzare?
  9. O 7.1. Tutto nasce da un grande obiettivo: trasmettere cultura, mettere in circolo saperi per far crescere le relazioni e i legami di una società in movimento. La Finlandia è l’unico Paese al mondo ad avere il Library Act, una legge che disciplina e protegge la costruzione di biblioteche. A Helsinki ce n’è una che supera qualsiasi concezione retrograda e tradizionalista che noi abbiamo delle biblioteche: è Oodi, si trova vicino alla stazione ed è uno spazio polifunzionale aperto 12-14 ore al giorno e in cui si può fare davvero di tutto. Una sala di registrazione musicale, diverse postazioni per stampanti 3D (! – porti una chiavetta usb e via), stanze laboratoriali dove progettare robot, uno spazio dedicato anche al cucito… Un luogo del fare e del pensare, in cui poter passare il tempo liberamente, con o senza libri, nei primi due piani. Fino ad arrivare al terzo, il “paradiso dei libri”: una sala enorme, voluminosa, chiara e trasparente come le vetrate che corrono sui lati e consentono di integrare lo spazio-biblioteca con il paesaggio urbano circostante. E lì certo che si legge: anche seduti per terra, anche sopra gradinate di legno, nonché su divani, poltrone, sedie girevoli di grande effetto scenico. Una chicca? Aver iniziato la lettura di un libro di Tabucchi seduto in poltrona guardando il tramonto. Eh sì, Tabucchi: perché dentro Oodi c’è perfino una sezione di libri in italiano! Vallo a trovare, in una Comunale, un libro scritto in finlandese…

Se la Finlandia non è sicuramente l’altro mondo, di sicuro è “un altro mondo”. E, di questi tempi, anche in Italia avremmo bisogno di pensare – e costruire – mondi migliori…