Καλοκαγαθία

Scrivere, in fondo, non è che la ricerca del bello e del buono: una Kalokagathia che porta allo smarrimento. Immaginando che chi cerca continuerà a smarrirsi per sempre, ma non perderà mai.

Καλοκαγαθία

Perdersi nei territori
Ignoti dalla poca fede
non è smarrirsi:
non si perde la strada
se si vaga cercando sé:
perdersi serve a ritrovarsi

ché in fondo non è altro
che un gioco che il mondo
da sempre ripete a ognuno:
questo globo
di potenziali labirinti pieno,
di chi cercando l’entrata
aspetta all’uscita;
di chi uscito alla fine
desidera solo rientrare

Astro gemello

ASTRO GEMELLO

Stella della sera
perla dimenticata che appanni al tramonto
il buio dei nostri assolati giorni:
beata te che da milioni
di chilometri ti affacci
e governi brillante
il nostro sporco cielo di scacchi:
regionali, Giornate della retorica del ricordo,
virus che portano pandemia,
un mondo che di senso è
in perenne emorragia.

Da questi cavilli che ci paiono importanti
tu scrolli le spalle
Venere indifferente
e ci guardi:
poveri uomini, dici,
se solo vi ricordaste
dell’abisso in cui vi affacciate
ogni giorno, le vostre
facce guaste sparirebbero
sola rimarrebbe
l’affannata pace di
chi intuisce
la cosa più importante:
sapere che tutto questo
infine è silenzio,
silenzio solamente.

Giudizi smessi

E ripartiamo così…
Giudizi smessi
       Ho smesso di chiedermi giudizio
di sapere a cosa fa fuga la morale
se una mente che insegue la catastrofe
potrà mai trovare la pace
       Ho smesso di chiederti giudizio
il resoconto pallido delle giornate
la prova che spieghi se è amore
un appuntamento non dato
       Ho smesso di chiedere giudizio
nel processo a questa società:
va tutto bene, in fondo,
solo una squallida epoca di banalità

 

Quella lisca di sardina che a tanti non va giù

Avanti Sardine, alla riscossa: qualcuno ha probabilmente frainteso la natura a-partitica del neonato movimento civile delle Sardine che, nato per togliere credito alla Lega di Salvini e al sovranismo danzante, ha deciso di scendere in piazza per rivendicare il suo no.

Qualcuno però, sulla stampa nazionale e locale, continua ad affossare da giorni, con chiacchiere all’intersezione fra il pettegolo e l’ignobile, un movimento che avrà sicuramente dei “difetti di fabbricazione” e che potrebbe anche essere fagocitato dai vecchi squali della politica nel corso dei prossimi mesi, ma che resta – al momento – un unicum del panorama politico italiano.

Potrebbe pure darsi che le Sardine finiranno nel dimenticatoio come è già capitato a Girotondini, Popolo Viola, Forconi e tanti altri (e c’è più di qualcuno, teorico del pensiero unico, che già tifa contro) – non è questo il punto – ma di sicuro il movimento nato dai quattro ragazzi bolognesi di Piazza Maggiore sta infastidendo. Forse perché ogni Sardina ha una lisca, e le spine si sa che non tutti le digeriscono.

Sarà per questo che giornali di tiratura nazionale e locale continuano ad attaccarli, fra l’altro puntando il dito contro i cosiddetti “leoni da tastiera” rei – a detta loro – di aver condiviso un post sui social network che parlava dei circa 600 partecipanti alla manifestazione di sabato scorso in una città capoluogo di provincia. Come se condividere oggi, nell’epoca del cosiddetto clicktivism, sia un reato da perseguire a spada tratta.

Fra l’altro, stando ai fatti riportati, l’evidenza delle parole dell’articolo restano e campeggiano con il loro stile sagace e mordente, ironico fino alla spregiudicatezza bacchettona: «dove è stata improvvisata anche una sorta di tribuna per gli oratori»; «i partecipanti hanno smesso di cantare l’ormai immancabile “Bella ciao”»; «Dopo la musica, quindi, tanti slogan ma pochi programmi»; «Tante enunciazioni di principi, che però non hanno trovato un “contenitore” capace di tradurle in realtà».

Non proprio un articolo di cronaca politica. Dal momento che – tutti i giornalisti di tutte le latitudini lo sanno, e come in ogni buon scuola di giornalismo si insegna da anni, citando indirettamente Jacques Derrida – il bravo giornalista non è colui che informa i fatti, ma che informa sui fatti. Dando quindi prova di oggettività, distacco e obiettività sugli eventi che riporta sulle colonne della carta stampata.

Evidentemente però, se qualcuno fa notare a detta testata i limiti di un pezzo giornalistico, ecco che la testata si sente accusata e deve partire all’attacco, adducendo come possibile spiegazione «che alla fine ci sarà una ragione per la quale questo lavoro, quello di giornalista, non è per tutti».

Peccato, caro giornale, per l’occasione persa: sia per dimostrare la vostra presunta superiorità tecnica e materiale, guadagnata in anni e anni di presenza su questo territorio in cui resta un faro del mondo della comunicazione e confermata dai numeri lusinghieri sulla vostra realtà editoriale; sia per lo scivolone che denota forse un certo nervosismo di fondo, generato – incredibile a dirsi – da appena 600 Sardine che avete snobbato con fare rapido e fuggevole.

Sarà. Di sicuro i leoni da tastiera restano; rappresentano magari solamente se stessi in un mondo convertito alle mode del momento e al furore per l’uomo solo al comando e, nel loro piccolo –nonostante facciano altri mestieri nella vita – in punta di piedi e senza strali polemici, leggono giornali e cercano di decriptare la realtà. Vedete di scusarli, ‘sti fastidiosi leoni da tastiera: non avranno il tesserino come voialtri, ma hanno il difetto di credere alla scrittura e di diffondere opinioni, proprio come voialtri. Da versanti diversi, lo stesso obiettivo. Se davvero credete nel pluralismo, allora, sarà meglio che lo accettiate.

Venezia-Matera: politica, dichiàrati fallita e annega

Già da diversi giorni, a ogni Ansa che apro, a ogni social che frequento, a ogni tv che accendo, c’è quell’immagine emblematica che – per i disfattisti perenni – annuncia un’apocalisse: piazza San Marco sott’acqua. E, siccome viviamo nell’epoca del turismo e dell’idiozia di massa, qualche turista avrà trovato la scena ancora più cool: un souvenir da incastonare in un selfie ed esibire come uno scalpo una volta tornati a casa.

Venezia sprofonda, e questo lo sanno anche i sassi; Venezia poteva già avere una linea di difesa, ma il Mose era un progetto troppo complicato da fare e troppo goloso per non essere spolpato già dal nascere da un rivolo terrificante di tangenti; Venezia è la cartolina più grottesca di uno sconquasso globale che le politiche nazionali e internazionali stanno avallando.

Uno sconquasso che ha un trait d’union con quanto sta succedendo all’altro capo dell’Italia: anche Matera è andata sott’acqua, e le immagini funeste di questi giorni parlano di veri e propri torrenti che scendevano dal sasso Barisano giù nella Murgia Materana. Ma tant’è: la città dei Sassi fa parte del Sud, perciò può anche essere ignorata; è patrimonio Unesco certo, ma niente di paragonabile a Venezia. Già in questo sbilanciamento della narrazione mediatica si vede un’ulteriore conferma del divario Nord-Sud: una spada di Damocle che 150 anni e oltre di storia unitaria non sono riusciti a spezzare.

Venezia e Matera però sono lì a segnalarci un problema: che coinvolge tutti, anche noi stessi, ma che ha responsabili da nomi e cognomi illustri che andrebbero perseguiti e perseguitati non tanto dalla giustizia umana, ma dalla vergogna della loro immoralità.

Gli uomini – e i cittadini italiani in genere – dovrebbero smetterla di dare la colpa esclusivamente al riscaldamento climatico, come se la colpa fosse solo della natura brutta e cattiva; come se, improvvisamente, davanti a uno smottamento, una frana, un’alluvione, diventassero tutti novelli esili Leopardi che cantano, in modo a dir poco sciocco, l’essenza «maligna» della Natura.

Gli uomini – e i cittadini italiani nello specifico – non hanno che una sola parola per spiegarsi questo orrendo spettacolo da tregenda: cor-ru-zio-ne. È per quella, per l’avidità di politici banchieri faccendieri progettisti imprenditori, che il MOSE dopo 5 miliardi di euro spesi fra varianti in corso d’opera tangenti e primi segni di criticità (cerniere già arrugginite, paratoie instabili ecc.) è ancora lì, in fondo alla fragilissima laguna veneta, incapace di difendere quel patrimonio incommensurabile che è il centro storico di Venezia.

Eppure, basterebbe davvero poco. Basta farsi una passeggiata lungo i fiumi – ne cito appena qualcuno, fra quelli che ho visto in vita mia: il Curone in Piemonte, il Sacco in Ciociaria, il Tevere a Roma, il Bisagno genovese. Il governo Conte-bis vuole il Green New Deal? E allora faccia una cosa: per riattirare investitori stranieri e soprattutto riattivare l’entusiasmo di un Paese che va sprofondando nei due fanghi (quello fisico e materiale, e quello ideologico nazional-populista), trovi il modo a tutti i costi di rilanciare l’economia con piani di intervento cura e manutenzione del territorio:

  1. inizi dalla pulizia degli alvei fluviali e delle rive che attraversano i centri storici, faccia un piano di intervento per ripulire i corsi d’acqua dalle valanghe di detriti che ogni volta si fermano sotto le arcate dei ponti;
  2. passi poi alla potatura degli alberi secchi o troppo grandi lungo le arterie principali e secondarie, quelli che ogni volta cadono su macchine o passanti e fanno stragi del tutto evitabili;
  3. torni a imbracare e contenere le linee di frana e dia mandato, a ditte specializzate o cittadini semplici, per ripulire anche i fossi ai lati delle strade, intasati quando va bene dalla terra e dai sassi e quando va male (e spesso va male, ahinoi!) da cumuli e cumuli d’immondizia
  4. lotti contro il disboscamento massiccio delle colline e delle montagne e falci una volta per tutte la speculazione edilizia nei parchi e negli scorci più pittoreschi del Paese.

La politica a tutti i livelli difenda, insomma e definitivamente, il territorio italiano: stanzi milioni di euro, invece di dichiarare stati di emergenza che sono comodi solo per ingrassare le saccocce già gonfie dei soliti noti.

Non lasci, in ultima battuta, tutto all’improvvisazione e all’emergenza delle ondate di piena. È mai possibile che si preferisca, piuttosto che prevenire, bloccare tutto per colpa di strade allagate che allagate non dovrebbero esserlo con una manutenzione minima? Possibile che si debbano chiudere le scuole a ogni allerta meteo perché non si hanno le infrastrutture sgombre per svolgere una vita normale?

Basterebbe la buona volontà. Ma in un Paese che parla straparla e si strepita addosso, e con una politica degli slogan spiccioli che in nome del consenso ha dimenticato la bellezza e la necessaria salvaguardia dei territori, la politica nostrana faccia un’altra cosa seria: ammetta la sua sconfitta, lo dica, apertamente, e rimetta in mano e faciliti il compito a tutte quelle associazioni culturali, a quegli attivisti e volontari che il loro territorio lo conoscono bene e sanno come contrastare emergenze del genere. Che la politica li ascolti una volta per tutte, lasci loro carta bianca: con che coraggio si può ancora sperare di salvare l’altopiano d’Asiago, il bacino del fiume Cosa o i fondali di Chiavari lasciandolo nelle mani di illustri senatori signor Nessuno che vivono arroccati nel Palazzo senza conoscere il Paese Reale? Tornino, i nostri insigni parlamentari, in silenzio, e lascino parole e campo agli angeli custodi della comunità: solo loro possono sperare di ridare un nuovo corso alla politica. Granelli di sabbia che issano un piccolo muro alla barbarie dei nostri tempi.

Altrimenti, Venezia e Matera continueranno a morire: prede dei turisti d’assalto per un giorno, dei negozietti cinesi e dei nuovi proprietari made in Airbnb che affittano gli appartamenti ormai vuoti o i Sassi tanto pittoreschi.

Venezia e Matera che sono i due punti estremi di un’autostrada italiana del fallimento: in fondo a un tunnel di fango buio di cui, per ora, non si intravede la luce.

Geometrica a mente

Ieri sera ho detto Eureka, scoperto che anche la geometria può svelare il senso dell’esistenza. In fondo, siamo fatti di miriadi di linguaggi che sta a noi richiamare in superficie. E magari, per una sera, lì si annida la scoperta della trappola, l’inganno universale della bontà che non esiste. La gentilezza che è fiammella rara in un mondo tutto egoismo e profitto

Geometrica a mente

Che a dircelo sia Euclide o Cartesio, la vita è un probabile segmento, sulla retta infinita del tempo. Ai punti estremi di un segmento sentimentale

Su un piano inclinato che per di più
Oscilla e trema davanti al vuoto pieno
Delle nostre solitarie vite

Dolce inganno di stagione

Noi, in fondo, veniamo dalle stagioni: sono loro a plasmarci, a scindere il nostro prima da ogni poi, quello che è stato da quel che sarà.
Da un perenne confine di tempo, ti arrivi – simpatico lettore – un altro frammento:
Dolce inganno di stagione
Primavera è anche d’autunno
Come se il mondo ogni volta
Dicesse che cade solo
Ciò che osa rinascere